La fabbrica del consenso e del controsenso

La Fabbrica del Consenso è un meccanismo antico ma efficace. Che vediamo applicato in questi giorni a Mosca, Washington, Kiev. Ma i suoi principi sono validi anche per le prossime Comunali. Ed è per questo che bisogna stare attenti

Franco Fiorito

Ulisse della Politica

Come previsto L’Eurovision song contest, questa specie di festival di Sanremo europeo, è stato vinto dall’Ucraina con la canzone Stefania. Una specie di apologia delle mamme ucraine, non bellissima, a tratti apprezzabile ma insomma niente di che. Probabilmente avrebbero vinto anche portando in concorso “La soreca pe le valli” classico intramontabile della musica popolare ciociara.

Si perché la fabbrica del consenso aveva già deciso e decretato chi avrebbe vinto. Peccato, avranno pensato i poveri ucraini, che anche la guerra non funzioni allo stesso modo e non si possa risolvere al televoto.

La Fabbrica del Consenso

Noam Chomsky (Foto Andrew Rusk)

Ovviamente non ho usato l’espressione “fabbrica del consenso” a caso ma l’ho mutuata dal titolo del celeberrimo saggio di Noam Chomsky ed Edward S. Herman sul rapporto tra la politica ed i mass media che già nel 1988 aveva delineato già chiaramente il futuro di tali argomenti.

L’intento dei due autori era quello di mostrare come nell’odierna società occidentale i mass media siano per dirlo con parole loro “delle potenti ed efficaci istituzioni ideologiche che compiono una funzione di propaganda supportiva del sistema in cui si trovano, causata da una dipendenza dal mercato in cui sono situate, da presupposti interiorizzati, auto-censura e con una coercizione occulta“.

Con parole meno complicate si può dire che spiegarono come la comunicazione di massa in breve sarebbe diventata un potere enorme in grado di condizionare la società. Ed ebbero in pieno ragione, lo vediamo ai giorni nostri in continuazione.

Voglio dire, il rapporto tra le moltitudini e la comunicazione si scandaglia da secoli. “La psicologia delle masse” di Gustave le Bon, da non confondere con Simon Le Bon il cantante dei Duran Duran, seppur scritto nel 1895 resta uno dei massimi testi di riferimento per il rapporto tra la comunicazione e le folle, come si diceva una volta.

Niente fatti, solo comunicazione

Volodymyr Zelensky (Foto © President of Ukraine P.O.)

Gli americani in questo sono maestri ma anche i russi non hanno mai scherzato. La politica attuale ha talmente assimilato il messaggio che, ormai, non produce più nessun tipo di fatto concreto, si limita solo alla comunicazione di qualcosa anche se pur solo inventata.

Il dibattito attuale oscilla tra le fake news (notizie false) ed i siti di fact cecking (controllo dei fatti), che dovrebbero essere l’alternativa alla false notizie ma finiscono per essere un ulteriore ingranaggio di produzione di notizie indirizzate.

Bastava guardare questa settimana il sito fondato da Mentana “Open”, nato con il dichiarato intento di essere un sito di fact cecking, che nello stesso giorno pubblicava un lancio con la notizia che Zelensky fosse disposto a cedere la Crimea e poco dopo un altro in cui annunciava che la notizia era falsa. Miracoli della fabbrica del consenso.

Le pacche di Biden sulle spalle di Mario

Mario Draghi e Joe Biden

A proprosito, certo che la cosa avrebbe avuto un grosso impatto mediatico, questa settimana, il nostro presidente Draghi si è recato in visita dal presidente Usa Biden.

Il quale intanto lo ha riconosciuto, che di questi tempi è comunque una notizia, e lo ha accolto a braccia aperte quale latore di sostegno incondizionato, come se fossero amici di infanzia. Ed effettivamente Draghi si è presentato a dire “spezzeremo le reni alla Russia” con una nochalanche che è in piena sintonia con la possibile futura presidenza Nato.

Poi, tornato in Italia, ha tenuto una conferenza stampa nella quale non si è capito esattamente cosa si sia deciso sulla crisi economica energetica ed alimentare a cui andiamo incontro però abbiamo compreso che gli Usa sono ancora i nostri alleati preferiti.

Nella stessa conferenza ha usato per lunghi tratti una metafora biblica sostenendo che l’invincibile gigante Golia, indentificato con la Russia, non è più tanto sicuro di vincere contro il nanerottolo Davide, che sarebbe l’Ucraina e che le mutate condizioni danno più forza contrattuale. Ora io non so se quel passo lo ha letto veramente ma sarebbe il caso di spiegare e Draghi che lo scontro biblico non lo vinse il gigante Golia ma Davide, dunque Golia non era tanto invincibile come dice il presidente ed in ogni caso era un racconto fortemente metaforico. Se non glielo dicono magari pensa che l’Ucraina possa vincere a sassate con la fionda e poi se non succede ci rimane male. Forse potrebbe occuparsene Mentana col fact cecking.

La questione baltica

Erdogan e Putin

Non deve essere rimasto indifferente però quando in questi giorni su pressione Usa si è annunciato l’ingresso nella Alleanza atlantica di Svezia e Finlandia. Una mossa niente male per fare imbestialire ancora di più Putin alla faccia della distensione.

Peccato che Erdogan e la Turchia che sono parte della Nato ma sembrano essere i migliori alleati di Putin in questo momento abbiano opposto un fermo no all’ingresso dei due stati motivandolo con l’asilo politico dato ad esponenti curdi che come noto ad Ankara vengono considerati terroristi.

Non dev’essere stato un bel colpo per Washington. In più Putin, vista la minaccia, ha ufficialmente chiuso la fornitura di energia elettrica alla Finlandia, che però ha risposto che se ne frega perché al nord d’estate fa fresco ed il condizionatore non serve. 

L’analisi di Paul

Joe Biden (Foto: Defense Visual Information Distribution Service)

Non è andata meglio a Biden, perché in concomitanza con la visita oltre alla botta Nato ha dovuto fare i conti un altro dei soliti rompiscatole Senatori americani un tale Rand Paul che si è opposto al voto accelerato sui fondi all’Ucraina costringendo così al normale iter parlamentare che allunga di molto i tempi. Ed i tempi in battaglia sono fondamentali. Anche qui tra l’altro come per la Nato, perché serviva l’unanimità.

Non bastasse il senatore Paul ha fatto un lungo e corposo intervento nel quale ha spiegato che i miliardi di dollari previsti inizialmente erano 33 ma sono saliti a 40. Ma soprattutto, annunciato carte alla mano, che gli Usa hanno già stanziato ed erogato all’ucraina 20 miliardi di euro che ha già incassato in aiuti militari. Questi sommati ai quaranta quindi porterebbero l’investimento sulla guerra in Ucraina a sessanta miliardi di dollari, come lo stesso senatore ha affermato, la spesa militare più ingente nella storia Usa e soprattutto la più alta di tutti gli stati del mondo.

La cosa peggiore del discorso del senatore Paul però è che ha spiegato molto chiaramente che gli Stati Uniti non hanno questo denaro in cassa lo otterranno con una serie di strumenti finanziari di indebitamento, la maggior parte dei quali fanno capo alla Cina, che già oggi come sanno tutti è lo stato che vanta più crediti nei confronti degli Usa.

Insomma in soldoni Biden si fa prestare i soldi dalla Cina per riempire di armi l’Ucraina che combatte contro la Russia che però è saldamente alleata con la Cina.

E vale pure a Frosinone

Ecco noterete allora come la fabbrica del consenso quando si sposta dal piano della comunicazione a quello reale svela molte volte approssimazione e debolezza. Inoltre i meccanismi di consenso non valgono solo per le grandi questioni internazionali la psicologia delle masse vale in piccolo anche nei comuni, nelle provincie.

Ieri si sono definite le liste per le elezioni locali tra tutte quella del comune capoluogo. Adesso vedremo se prevarrà la formazione del consenso del buon lavoro svolto dall’amministrazione uscente o gli sfidanti che a questa si oppongono. Anche in questo ci sono stati molti capovolgimenti.

Il centrodestra prima spaccato si è ricompattato per il voto. Il campo largo, che è sembrato più la riedizione della gioiosa macchina da guerra di Occhetto, si è disintegrato dando vita a più candidature di centrosinistra che comunque si giocheranno la loro possibilità di vittoria in un eventuale ballottaggio al netto di una vittoria al primo turno di uno dei contendenti.

Il meccanismo del consenso

Riccardo Mastrangeli

Ma una cosa importa di più al di la delle liste e dei candidati al consiglio, la gente ama scegliere il proprio sindaco e il meccanismo del consenso è tanto faticoso quanto semplice. Se ti giudica positivamente ti vota se hai lavorato bene ti conferma. Al di la dei meccanismi dei mass media. Al contrario se ritiene l’opposto ti punisce.

Abbiamo visto anche in città importanti ciociare nelle ultime tornate coalizioni che prima sfioravano il sessanta per cento finire al quindici e sindaci vincitori con notevoli exploit la scorsa tornata ricandidarsi da soli e non finire neanche in consiglio all’opposizione.

Perché la psicologia delle masse funziona così, in fondo è elementare, ma è la fabbrica del consenso che la complica a dismisura.

Domenico Marzi

E si può passare dagli altari alle polveri , dalle stelle alle stalle con una facilità estrema se si pensa che basti comunicare per vincere, basti il post su facebook, la politica degli annunci e non ci vuole niente per sentirsi invincibile oggi ma finire col culo per terra al primo giudizio elettorale.

Perché la fabbrica del consenso ti ammalia, ti rapisce ti autoconvince ma quando si vota si vota col cervello ma soprattutto con la pancia. Vale in egual modo per il presidente del consiglio come per un sindaco ciociaro.

Lo dico con certezza perché come tutti sanno di pancia me ne intendo, purtroppo per la mia silohuette.

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