La strana difesa di Francesco Scalia sull’Aeroporto

C’è qualcosa di strano nell’appassionata difesa di se stesso fatta da Francesco Scalia sulla questione dell’aeroporto di Frosinone (leggi qui il precedente). Sia dal punto di vista strategico che dal punto di vista politico e giudiziario.

Si tratta di una tattica insolita. Soprattutto perché a metterla in campo è uno dei politici più esperti e strutturati, uno degli ultimi a frequentare la vecchia scuola di formazione della Democrazia Cristiana. Perché viene messa in campo da una persona che possiede la dote della lungimiranza: fu lui ad immaginare con dieci anni d’anticipo le città sommerse dai rifiuti e pretendere allora che a Colfelice nascesse lo stabilimento pubblico Saf prendendosi i fischi della popolazione mentre oggi altri si prendono il merito delle strade libere dalla spazzatura; fu lui a vedere la condizione pietosa delle scuole ed avviare il più grande piano di edilizia scolastica visto dal dopoguerra grazie al quale oggi non c’è uno sciopero degli studenti motivato dalla fatiscenza delle aule; fu lui a vedere il futuro della famigerata legge Galli e realizzare il contratto con Acea che solo anni dopo la magistratura ha detto essere perfetto, stipulato nell’interesse della collettività, preciso nelle cifre. E’ una tattica insolita anche perché viene messa in campo da uno dei rari episodi di coraggio amministrativo: uno che ha avuto la capacità di inaugurare il metodo del ‘calderone’ (tutti i soldi in ingresso nelle casse provinciali – a prescindere dalla finalità – finivano in un capitolo generale, il ‘calderone’ appunto, dal quale uscivano per pagare le opere in attesa che cinque anni più tardi arrivassero i fondi regionali e nazionali destinati a finanziare quei lavori) dicendo: ‘So benissimo che è un metodo discutibile ma almeno io ho costruito scuole, svincoli, infrastrutture, senza essermi mai appropriato di un centesimo (…) Iannarilli, che aspettava i soldi, non ha costruito nemmeno un gabinetto‘. Ancora di più è insolita perché la mette in campo un avvocato espertissimo nel diritto amministrativo, materia che ha insegnato nelle università e che esercita in studi legali di levatura internazionale con uffici a Roma, Milano, Padova, Firenze, Bucarest e Tirana.

Cosa c’è di strano nell’appassionata difesa di se stesso messa in campo dal senatore, avvocato, professor Francesco Scalia? Tutto. I tempi, i modi, i bersagli.

Nei fatti. Una persona che è stata oggetto d’indagine, sulla quale la Procura della Repubblica ha raccolto elementi che la inducono a chiedere il processo se non vengono esibiti indizi contrari, solitamente aspetta che il magistrato la convochi, consegna le montagne di documenti raccolti a proprio favore, argomenta il suo punto di vista, attende che il fascicolo venga archiviato o trasmesso alla sezione Udienze Preliminari. E solo una volta che il caso si è chiuso con il proscioglimento pieno si toglie dalla scarpa tutto ciò che ha accumulato nel tempo: sassolini o macigni che siano.

Francesco Scalia no. Non ha atteso nemmeno d’essere convocato. Ha sistemato l’artiglieria, campale e contraerea, ed ha fatto fuoco. Con il classico metodo del dire alla suocera affinché nuora intenda: si è sperticato in affermazioni di stima e fiducia nel magistrato inquirente Adolfo Coletta ed ha gettato ombre lunghissime sulla polizia giudiziaria che ha indagato. Roba che non se la berrebbe nemmeno Cappuccetto Rosso con tutta la sua innocenza di fronte al lupo con il pigiama della nonna. Quantomeno, il magistrato ci passa per uno che non è stato nemmeno capace di leggersi il rapporto della Digos, appiattendosi ciecamente sull’informativa trasmessagli dagli uffici della Questura, senza individuare gli errori e le omissioni marchiane denunciate da Francesco Scalia.

«C’è un fantasma che aleggia su tutto questo» ha detto l’altro giorno in conferenza stampa il senatore, avvocato, professore. Quel fantasma è il suo successore Antonello Iannarilli che non solo non viene citato ma, sostiene Scalia, interi periodo d’indagine spariscono quando lambiscono il nome dell’ex presidente, ex deputato, ex assessore regionale di Alatri. Un’altra stranezza. Non investigativa. Ma nella strategia difensiva. In genere ci si difende dalle accuse. Non si attacca coinvolgendo altri che, con il loro ingresso nel fascicolo, non muterebbero d’un millimetro la propria posizione processuale.

E’ chiaro allora che c’è sotto dell’altro. Altro che non è stato detto in conferenza stampa. Perché non può essere detto. La difesa di Francesco Scalia ha due sole chiavi di lettura possibili: o il senatore, avvocato, professore sta perdendo il controllo del proprio timone; oppure sta mandando un chiaro segnale a qualcuno: “Guarda che ho scoperto il tuo gioco ma io non mi faccio impallinare”.

Una sola certezza. Non finirà qui. Anzi, questo è solo l’inizio.

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