L’esercito dei “webeti” che odia Silvia Romano

La scrittrice Dacia Maraini invita a non consumare uno scontro di civiltà sulla pelle della cooperante liberata. Intanto però è emersa ancora una volta la parte peggiore del nostro Paese.

Il commento più forte e più giusto non poteva che essere quello della madre. La signora Francesca Fumagalli ha detto ai microfoni del Tg3: «Cerchiamo di dimenticare, di chiudere un capitolo e aprirne un altro. Come vuole che stia? Provate a mandare un vostro parente due anni là e voglio vedere se non torna convertito. Usate il cervello. Vogliamo stare in pace, abbiamo bisogno di pace». Poi ha aggiunto: «Non sono io l’ordine preposto per parlare di queste cose, c’è una Procura che indaga e ci pensano loro, io non rilascio dichiarazioni sull’argomento».

Mentre Dacia Maraini, la scrittrice italiana più tradotta al mondo, ha spiegato all’Huffington Post: «Cosa non riescono a perdonarle? Che Silvia Romano non odi i suoi carcerieri. È un fatto che li scandalizza, li manda su tutte le furie. Perché loro odiano tutto, forse pure se stessi. Così si precipitano all’attacco, anche vile. La insultano e la dileggiano. Non riescono a sopportare che sia arrivata in Italia sorridendo, sotto un vestito che corrisponde al nuovo nome che si è data, Aisha, senza pronunciare nemmeno una parola di rancore verso chi le ha fatto così male. Avrebbe avuto il diritto di farlo. L’avremmo compresa. Nessuno, però, glielo può imporre come un dovere civile».

Silvia Romano

Scrive l’Huffington: «Il fuoco dell’ultimo affaire italiano – la liberazione della cooperante italiana rapita in Kenya nel 2018 con gli abiti tradizionali della donna occidentale e tornata in Italia domenica vestita, per sua volontà, come vestono le donne musulmane – ha acceso anche i pensieri di Dacia Maraini.

La Maraini continua: «È un errore enorme trasformare Silvia Romano in un mostro, guardando al suo corpo come se si trattasse del terreno sul quale combattere lo scontro di civiltà».

Già, lo scontro di civiltà. In servizio permanente effettivo da anni in Italia. Riemerso non appena se n’è avuta l’occasione. Con una violenza verbale inaudita. Ma perché? Una ragazza di 24 resta prigioniera di una feroce e spietata banda di terroristi e alla fine è colpa sua? Se anche la conversione fosse stata libera (lo vedremo nei prossimi mesi), cosa toglie alla gioia di aver riportato a casa una nostra connazionale?

Sul pagamento del riscatto ci sarebbe molto da dire. Per l’Italia la vita è sacra, non ha prezzo. Poi ci sono i Paesi che si scagliano contro chi paga i riscatti. Come gli Stati Uniti e la Gran Bretagna. Ma non dicono niente su chi e come vende armi a questi gruppi terroristici.

A dominare è sempre l’ipocrisia e l’odio sociale dei webeti. Nulla è cambiato. Nemmeno ai tempi del Coronavirus.

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