La foto di Stalin, il comizio di Berlinguer a Frosinone: i ricordi di Loffredi

Storie nella Storia. I ricordi di Angelino Loffredi, già sindaco di Ceccano. Il primo approccio di fronte alla foto di Stalin. Nella sezione di Ceccano. Il comizio di Berlinguer a Frosinone.

Giovanni Giuliani
Giovanni Giuliani

Giornalista malato di calcio e di storie

Una vita legata al partito Comunista ma, allo stesso tempo, scevro da ogni dogma. Lui che si definisce un Italo-Comunista senza Partito. Lui che è convinto che una Rivoluzione non sia esportabile e che abbia bisogno di una base nazionale. Anche per questo Angelino Loffredi nelle manifestazioni del Pci voleva che la bandiera rossa fosse accompagnata da quella tricolore…

L’APPROCCIO CON …BAFFONE

Angelino Loffredi

Angelino Loffredi, da Ceccano, è stato sindaco della sua città dal 1981 al 1985: è stato dirigente provinciale del PCI, consigliere provinciale per oltre un decennio. Lui che ha vissuto le lotte sindacali, i governi di centro-sinistra, lui che può raccontare la storia di questa Provincia:

«Il mio primo contatto con il Partito risale al 1945, all’età di quattro anni. Mio padre era stato tra i fondatori del Pci sul territorio nel luglio del 1944. Andai alla sezione del Partito che allora si trovava nei locali dove ora c’è l’Ufficio anagrafe (nella parte alta di Ceccano). Quando entrai lì dentro mio padre mi indicò un quadro e mi disse: ”Quello é baffone…” riferendosi a Stalin…».

Josif Stalin, segretario generale del PCUS, noto anche per i suoi grandi baffi, quando ancora non si conosceva praticamente nulla delle atrocità commesse dal suo Regime, era una figura di grande richiamo in chiave antinazista: molti in lui e nell’Est vedevano un modello di libertà dopo il dramma nazista. Basti pensare che l’Unità il 6 marzo del 1953, il giorno dopo la morte, titolò: “Stalin è morto, gloria eterna all’uomo che più di tutti ha fatto per la liberazione e per il progresso dell’umanità”.

”In quel locale della sezione a Ceccano mancavano i quadri di Gramsci e Togliatti ma c’erano quelli di Marx e Lenin.. Nel 1958 aderisco alla Federazione Giovanile Comunista. La  vicinanza al Partito – continua Loffredi –  avviene nel 1968 a rimorchio di tanti avvenimenti, dall’assassinio di Ernesto “Che”  Guevara  al successo del PCI alle elezioni, con la conseguente presa di posizione del Partito in relazione ai fatti di Praga».

In quegli anni c’è il tentativo di dar vita ad un ”socialismo dal volto umano” da parte del segretario del partito Comunista cecoslovacco, Alexander Dubcek: inizia un periodo di democratizzazione della vita politica  fino alla repressione con l’invasione dei carri armati ed il ritorno alle direttive sovietiche.

«Decisi, dunque, di non essere solo un simpatizzante ma di interessarmi attivamente. Nel dicembre del 1968 entrai a far parte del direttivo della sezione cittadina. Un anno prima conobbi Enrico Berlinguer».

BERLINGUER A FROSINONE

Enrico Berlinguer durante un comizio

«Enrico Berlinguer non aveva grandi amicizie, non le cercava, non aveva salotti di amici…. Io l’ho conosciuto, da simpatizzante comunista, nel febbraio del 1967 al cinema Nestor di Frosinone: lui era segretario regionale e responsabile della politica estera del Partito. Venne a Frosinone per illustrare il suo viaggio in Cina e nel Vietnam. Io avevo letto qualcosa su di lui su “Rinascita».

Rinascita era un mensile, poi diventato settimanale, fondato da Palmiro Togliatti nel 1944. «Andai con alcuni amici ad ascoltarlo».

Racconta Angelino Loffredi:

«Per me fu una grande scuola di orientamento. Berlinguer, incalzato su Guevara, mise in risalto l’utopia guevariana, e la sua celebre frase: “creare uno, dieci, cento Vietnam”. Questo concetto fu criticato da Berlinguer. “La politica dell’esportazione della rivoluzione li dove era stata fatta si era rivelata fallimentare. Le rivoluzioni – disse a Frosinone Berlinguer – devono avere una base nazionale, le rivoluzioni non sono esportabili“.

«Berlinguer è poi tornato in Ciociaria nel 1968 per la campagna elettorale perché era capolista nel Lazio, nel 1969 ed il 1° Maggio 1972 quando era segretario del Partito: quel giorno a Frosinone ci fu una grande manifestazione. Ricordo – dice Angelino Loffredi –  che da Ceccano partirono quasi 150 macchine per andare incontro a Berlinguer che veniva da Latina. La manifestazione si tenne in piazza VI Dicembre nel capoluogo ciociaro, nei pressi del Comune. Una piazza pienissima, probabilmente ci fu più gente allora rispetto alla platea che si registrò sempre a Frosinone per l’arrivo di Palmiro Togliatti nel 1963.  Noi che venivamo da Ceccano parcheggiammo su Via Ciamarra, passammo poi sotto i Piloni ed il segretario della Federazione provinciale del  Partito, Ignazio Mazzoli, invitò tutti quanti a fare spazio alla delegazione ceccanese. Solo noi eravamo 400 persone. La gente si spostò. C’era un grande senso dell’autodisciplina».

EUROCOMUNISMO? NO GRAZIE.. ITALO-COMUNISMO

Enrico Berlinguer, Santiago Carrillo, George Marchais

Angelino Loffredi apre il vocabolario del Pci. Quello in uso negli anni dello strappo di Berlinguer. Nacque la parola Eurocomunismo: un Comunismo non ortodosso, mitigato dalla realtà economica occidentale. Enrico Berlinguer fu tra i protagonisti insieme a Santiago Carrillo (segretario generale del Partito Comunista Spagnolo) e Georges Marchais (segretario generale del Partito Comunista Francese).

«Spesso si attribuisce questo termine ad Enrico Berlinguer: io mi guardo bene dall’usare il termine Eurocomunismo. È improprio, non veritiero, inventato dai media. Io parlo di Italocomunismo. Ed ancora oggi mi identifico come italocomunista senza Partito. Se il termine comunismo non lo sostentiamo con il concetto nazionale si rischia di entrare in una vera e propria Babilonia di esperienze, esaltanti ma anche negative. Il concetto nazionale serve a mettere in evidenza le grandi differenze che sono esistite in un mondo, quello Comunista, che non è mai stato tutto uguale. Non ritengo rivoluzionarie le esperienze che dopo la guerra nascono in Ungheria o Cecoslovacchia. Quelle sono esperienze che nascono a ridosso dell’Armata Rossa. Possono considerarsi come vere rivoluzioni nazionali quelle a Cuba, Jugoslavia, Cina,Vietnam, Unione Sovietica”.

IL CORDOGLIO CIOCIARO PER LA MORTE DI BERLINGUER

Enrico Berlinguer l’11 giugno 1984 muore in ospedale a Padova. Quattro giorni prima aveva avuto un malore mentre parlava in un comizio per le Elezioni Europee in piazza della Frutta.

I funerali si tennero a Roma: «In quei giorni si respirava un’ esperienza di tristezza assoluta. Ci furono grandi momenti organizzativi. Da Ceccano partirono due autobus per i funerali nella Capitale dove parteciparono oltre un milione di persone. Io, all’epoca, ero sindaco di Ceccano  e partecipai con il Gonfalone e con la fascia tricolore. Sono stato a ridosso del carro funebre in piazza San Giovanni. Il giorno delle esequie mi colpì la tristezza e la sensazione che un mondo stava finendo davvero».

Da lì a pochi anni il mondo cambiò ma già allora si era aperta una lotta “correntizia”: nascevano gruppi che si rifacevano a Giorgio Napolitano, ad Armando Cossutta e Pietro Ingrao. 

«Io, invece, sono stato sempre un “Berlingueriano” convinto. Dal 1981 al 1985, nella mia esperienza da sindaco, ad esempio, ho amministrato un partito che mi aveva scelto e sostenuto nel momento in cui si stavano aprendo le grandi questioni sull’esistenza del partito stesso.

Con la morte di Berlinguer i conflitti, fino a quel momento sottaciuti, tra le varie anime del Pci esplodono: è la vera fine del partito Comunista italiano»

(CONTINUA)