Assolto Manlio Cerroni, l’inchiesta sui rifiuti finisce nella discarica

Assolto il re di Malagrotta Manlio Cerroni. Ci sono voluti più di quattro anni per concludere il processo in cui si ipotizzava l'associazione per delinquere finalizzata al traffico illecito di rifiuti e alla frode in pubbliche forniture. "Ora voglio morire lavorando"

Quattro anni e mezzo di accuse prima di sentire pronunciare la parola: “innocenti“. La I sezione del tribunale di Roma questa sera ha assolto il re dei rifiuti nel Lazio Manlio Cerroni, patron di Malagrotta.

Con lui ha assolto anche il dottor  Luca Fegatelli, già dirigente della Direzione Rifiuti della Regione Lazio e Raniero De Filippis già dirigente responsabile del Dipartimento Territorio della Regione Lazio.

Assoluzione pure per i più stretti collaboratori di Cerroni: Francesco Rando e Bruno Landi. Soprattutto per Piero Giovi, socio di Cerroni e suo storico collaboratore. Stesso verdetto per Giuseppe Sicignano che era il supervisore delle attività operative nello stabilimento per la lavorazione dei rifiuti e nella discarica di Albano Laziale.

 

Si chiude così il processo che era partito a giugno del 2014. Ci sono volute otto ore di riflessione al chiuso della Camera di Consiglio per arrivare al verdetto. Il presidente della I sezione Penale Giuseppe Mezzofiore ha respinto tutte le richieste avanzate in aula dal sostituto procuratore Alberto Galanti

L’ufficio del Pubblico Ministero chiedeva la condanna per tutti gli imputati, ritenendoli colpevoli di associazione per delinquere: per alcuni, finalizzata al traffico illecito di rifiuti e per altri finalizzata alla frode in pubbliche forniture.

L’accusa chiedeva la condanna di Manlio Cerroni a 6 anni, di Bruno Landi e Francesco Rando a 5 anni, di Giuseppe Sicignano a 4 anni. Per Luca Fegatelli e Raniero De Filippis la richiesta era di due anni.

Alcuni capi di imputazione sono stati respinti per intervenuta prescrizione. Piero Giovi è stato assolto per non avere commesso il fatto.

Manlio Cerroni, che tra due settimane compirà 92 anni, è scoppiato in lacrime quando è stata pronunciata la sentenza di assoluzione. Ha abbracciato con forza il suo difensore, l’avvocato Alessandro Diddi.

Cerroni era stato arrestato all’alba del 9 gennaio 2014.

Non ha mai parlato con i cronisti da quel momento. Lo ha fatto lasciando la sala Occorsio del Tribunale di Roma. «Non chiedevo il premio, ma il castigo proprio no. Dopo tutto quello che ho fatto nella vita e per Roma, che ho amato tanto. Sapete quante volte ho detto ‘Ditemi, che io la sistemo’».

A chi gli chiede cosa farà adesso ha risposto «Continuerò a fare quello che ho sempre fatto, voglio morire lavorando. Cerco solo di lavorare, produrre, fare bene perché questo Paese ne ha bisogno. Io so come abbiamo fatto, questo paese era Amatrice nel ’44 e nel ’45…».

Prima che i giudici si ritirassero in camera di Consiglio, Manlio Cerroni aveva chiesto la parola. Per denunciare il modo in cui si era arrivati all’inchiesta ed al suo arresto. Ha parlato di “tsunami guidato“,  e di notizie sulla stampa “che la Procura da più di un anno diligentemente alimentava“.

«Nel corso di questo approfondito dibattimento riteniamo di aver dato al Collegio, in nome della verità, le prove della inconsistenza delle accuse» ha detto l’uomo che da decenni è l’attore principale della gestione dei rifiuti nel Lazio.

«Non posso però non approfittare del diritto che mi è dato di potere affermare oggi qui la mia innocenza e tutta la mia amarezza per lo tsunami che, guidato, si è abbattuto su di me».

Ha denunciato che «Sono rimaste senza riscontro le mie reiterate e documentate richieste di interrogatorio avanzate per ben tre volte dai miei legali il 22 luglio, il 7 agosto ed il 10 settembre 2013 al rinfocolarsi sulla stampa di notizie che la Procura da più di un anno diligentemente alimentava».

«Forse se fossi stato ascoltato oggi non saremmo qui».

 

L’intima soddisfazione più grande però è un’altra: senza di lui Roma s’è riempita di rifiuti. Nessuno è riuscito ad organizzare le cose in maniera tanto efficace quanto la sua.

«È sotto gli occhi di tutti che Roma, come la stampa italiana ed estera da anni impietosamente ci ricorda, è divenuta una discarica a cielo aperto e l’Ama è prossima alla Caporetto».

 

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