La collera di Michele: «Il Pd è da rifondare» (di G.Trento)

 

Gianluca TRENTO
Ciociaria Editoriale Oggi

 

 

Non si placano le polemiche dopo la direzione provinciale del Pd, servita per analizzare la debacle elettorale nel capoluogo (leggi qui). E se Francesco De Angelis, archiviato lo sfogo nei confronti di Norberto Venturi, ieri ha invitato tutti a lavorare per costruire un grande partito, «mettendo da parte le beghe del passato», c’è ancora chi qualche sassolino dalla scarpa se lo vuole levare. È Michele Marini. L’ex sindaco non ci sta a far finta che nulla sia accaduto. «La sconfitta» a suo avviso «era annunciata». Perché a Frosinone senza di lui «non si va da nessuna parte».

 

Senta Marini, lei nel corso della direzione provinciale del partito ha mosso accuse pesanti…
«Ho semplicemente atteso il giusto consesso per dire la mia. Prima di afferrare il microfono mi è tornato alla mente il giornale la “Zolla” di Gerardo Gaibisso. In alto, da una parte c’era scritto: “quando il gioco si fa duro, i duri comincianoa giocare”e dall’altra: “finquando non diremo cose che a qualcuno dispiaceranno, allora non diremo mai la verità”».

 

E quale sarebbe la verità?
«Gran parte degli interventi che ho ascoltato durante la direzione provinciale sono stati di un’ipocrisia pazzesca. Io, in realtà, non volevo neanche intervenire. Poi ho preso la parola semplicementeper porre in evidenza che quanto accaduto a Frosinone rappresenta una disfatta politica epocale. Che sarà ricordata per i prossimi quarant’anni».

 

Ma non è che la sua è stata una sterile invettiva?
«Non credo proprio. Nel mio intervento ha fatto notare che non bisognava nascondere nulla. Che ormai non avevano niente da perdere. Che continuare a riferire mezze verità non aiutava di certo il partito. E che bisognava dire le cose come stavano».

 

Qualche sassolino dalla scarpa, però, se lo è tolto…
«Non è questione di sassolini. Ho semplicemente rinfrescato le idee a chi forse si è dimenticato, o fa finta di farlo, di aver messo in atto un complotto nei miei confronti. E che in questi cinque anni nulla è stato fatto per cercare di ricomporre la frattura provocata dallo stesso Pd e dal resto del centrosinistra. Dal 2012 ad ora non c’è stato nessuno vero processo di riconciliazione».

 

Qualcuno sostiene che il tempo cancella le ferite…
«Forse anche loro pensavano che il tempo avrebbe aggiustato tutto. Il tempo in politica non aggiusta mai. Anzi acuisce le spaccature. Ma se ne sono fregati e sono andati avanti. Poi è successo quello che, in tutte le lingue, avevo preannunciato».

 

E adesso che succede?
«La parola d’ordine è rifondare. Il Pd è come un tavolo pieno di roba: bisogna buttare tutto giù, fare piazza pulita e rimettere gli oggetti al posto giusto».

 

Sta dicendo che bisognerebbe indire un nuovo congresso?
«Non servono congressi finti con i soliti iscritti. Non cambierebbe nulla e si tornerebbe alla situazione precedente. Occorre, invece, avere il coraggio di aprire il partito a tutti».

 

Vuole indicare la rotta?
«Innanzitutto per eleggere il segretario bisogna utilizzare lo strumento delle primarie aperte. Dovranno essere i cittadini a stabilire il segretario cittadino del Pd o la classe dirigente. Solo in questo modo si potrà tornare a coinvolgere la gente alla vita politica. Credo che sia arrivato il momento di dire basta alle rendite di posizione».

 

Ma i voti, quelli che hanno fatto vincere gli altri, come si prendono?
«Nel corso della direzione provinciale ho voluto anche fare un giochetto; una sorta di provocazione. Ho chiesto se sapessero in che zona sorgono via Pozzolina o Colle Melocce. Silenzio tombale. Nessuno ha saputo rispondere. L’ho fatto per evidenziare che il partito è ormai lontano dalle periferie e non raccoglie più le istanze della cittadinanza. I voti, forse più di qualcuno se lo è dimenticato, si prendono solo ascoltando i bisogni di chi poi affida, fidandosi, il mandato ai politici. Il punto è che l’unico che sa dove abita la gente di Frosinone sono io. I nostri uomini nei quartieri non ci sono più. E senza di me c’è il nulla. Lo provano i fatti».

 

La partita con Cristofari è chiusa?
«Anche su tale questione ho voluto chiarire alcuni aspetti. Ho sentito una serie di ringraziamenti nei suoi confronti perché aveva accettato la candidatura. Come se gli fosse stato chiesto di andare al martirio. Erano due anni e mezzo che sapeva di dover scendere in campo. Magari avrà avuto anche degli ostacoli ma le liste le ha fatte all’ultimo momento e si è pure dimenticato di inserire esponenti di Maniano, la Forcella, la Pescara ecc. La scelta giusta, anzi sbagliata, per perdere. A chi ha attaccato sul programma faccio notare che il “deus ex machina” è colui che aspira a fare il sindaco. È lui che deve coaugulare attorno a sè la coalizione e stilare le linee programmatiche. A fallire, anche in questo caso, è stato Cristofari perché non è risultato all’altezza della situazione. Non è stato attrattivo. Vorrei pure ricordare che gli elettori vanno a votare il candidato a primo cittadino mica pinco pallino. Certo, le colpe non saranno tutte sue ma ha contribuito pesantemente. Chiudo dicendo che quando la nave affonda, il responsabile è il comandante. Il dottore, quindi, non può essere salvato. E poi se non togliamo il velo di ipocrisia su questa disfatta, continueremo a prendere “ scoppole” ».

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