Il boom Anni 60 di Di Maio? Stirpe: «Io sto con i piedi per terra»

Il vice presidente degli industriali italiani: "Non siamo pronti per affrontare una crisi". L'Ecotassa: "Avrà un effetto negativo". Le previsioni del Governo: "Difficilmente centreremo l'1%". Il boom Anni 60: "Io sto con i piedi per terra"

È un vincente. Ed ama le sfide impossibili. Spesso riesce a coniugare le due cose: come la volta in cui ha preso una squadretta di Serie C2 che si allenava su un parcheggio in asfalto e l’ha portata in Serie A. O quando si è messo in testa che un paesino della provincia di Frosinone potesse produrre componenti talmente affidabili da farli apprezzare a Torino: oggi la Prima rifornisce tutte le big dell’Automotive in Europa. O la volta che decise di dare una scossa al mondo industriale: è diventato il vice presidente nazionale di Confindustria. Maurizio Stirpe non fa cose banali.

Alessioporcu – Presidente, la produzione industriale italiana è crollata (- 2,6%), come quella di altre nazioni europee. Siamo abbastanza strutturati per sopportare una eventuale recessione?

No, non siamo strutturati per affrontare una situazione del genere. Questi numeri non ci sorprendono: li avevamo ampiamente previsti nei mesi passati. Costituiscono il termine fisiologico di un ciclo espansivo che è durato dal 2014 alla fine del 2018.

Che conseguenze porteranno nel 2019?

Sull’anno che è appena cominciato incideranno in modo importante una serie di fattori. Ad esempio alla politica commerciale degli Stati Uniti d’America: quindi tutto il ragionamento relativo ai dazi. E poi gli effetti della Brexit: se sarà un’uscita dura o un’uscita morbida. Soprattutto nei rapporti tra Germania e Gran Bretagna, questa sarà una scriminante importante: se ci sarà un’uscita dura l’impatto sull’economia tedesca sarà importante e di conseguenza anche su quella italiana. E poi bisognerà valutare le conseguenze della fine del Quantitative Easing. Per cui, secondo me, le proiezioni e le prospettive, non confortano la previsione del Governo che prevede una crescita intorno all’1%.

In Germania i segnali del crollo imminente sono arrivati dall’Automotive, a cascata ha coinvolto il Chimico (dal momento che in ogni vettura ci sono circa 2mila euro di componenti plastiche): Berlino ha reagito incentivando l’acquisto di auto diesel per svuotare i piazzali, qui invece abbiamo fatto il contrario introducendo l’Ecotassa: quale ricetta giudica più efficace?

La più efficace è quella di adottare una politica che incentivi lo svecchiamento del parco auto. L’Ecotassa ideata dal Governo è addirittura in contraddizione con gli obiettivi di tutela dell’Ambiente. Si sarebbe dovuto penalizzare chi ha auto con motori Euro 0, Euro 1, Euro 2 ed Euro 3 e contestualmente incentivare chi cambiava vetture di questo genere. Invece si è andati a penalizzare chi cambia la macchina che inquina di meno, con un effetto che è incomprensibile. Si è andati ad incentivare oltre misura l’elettrico in un momento in cui il Paese non è in alcun modo strutturato per poter provare ad iniziare a fare degli acquisti di motori elettrici in modo massiccio. Secondo me il rimedio è molto peggiore del male. Tutto questo naturalmente avrà un effetto negativo sul mercato della produzione di automobili in Italia. Speriamo che, una volta valutati gli effetti negativi che questo provvedimento produrrà, possa essere corretto dal Governo e che ci sia un’assunzione di responsabilità in questo senso.

Quando Matteo Renzi venne a visitare lo stabilimento Fca Cassino Plant, per il lancio di Giulia e Stelvio, lei fu tra i pochi a guardare anche il bicchiere mezzo vuoto ed a mettere in evidenza il ritardo nel 4.0, il vuoto normativo che ci tagliava fuori da ricerche come quella sulla guida automatica: abbiamo recuperato un pezzo di strada?

In parte si ma siamo ancora molto distanti da quelli che sono gli standard dei Paesi più avanzati. Anche in questa manovra finanziaria, benché il Governo abbia mantenuto gli incentivi previsti nel pacchetto Industria 4.0 (sono i provvedimenti che sul territorio hanno consentito l’acquisto ed il rilancio di ex Marazzi ad Anagni ed Ideal Standard a Roccasecca, N.d.A.), ne ha ridotto l’intensità. Soprattutto con riferimento alle imprese che creano innovazione, che sono le grandi imprese, il Governo ha creato un meccanismo di discriminazione tra media e grande impresa che in questo momento non ha alcuna ragione di esistere. E che, probabilmente, molto difficilmente riuscirà a dare i risultati attesi. Secondo me il Governo doveva mantenere così com’era l’impianto della Legge, anche perché aveva dimostrato di far crescere in misura massiva gli investimenti privati.

Questa manovra non sembra andare incontro alle esigenze delle imprese… Soprattutto nel territorio.

Il problema è che provvedimenti come l’Ecotassa vanno esattamente nella direzione opposta rispetto alla politica che in questo momento si segue per la promozione delle automobili. Fca aveva elaborato una mappatura dentro la quale in Italia si sarebbe potuto e dovuto produrre vetture di alta gamma con il rilancio dei brand Alfa Romeo, Maserati e Jeep; mentre le vetture di piccola gamma, per ragioni di costo, andavano allocate in Paesi low cost. Si è fatta un’Ecotassa che penalizza chi compra vetture di alta gamma e quindi il provvedimento è esattamente contrario allo sviluppo delle politiche che Fca stava sviluppando in Italia. Questo, naturalmente, porterà a rivisitare il piano industriale Fca e le politiche che conteneva un piano promosso dal compianto Sergio Marchionne non più tardi del primo giugno 2018.

L’Ecotassa è il risultato della disintermediazione, cioè di non aver voluto definire i propri obiettivi coinvolgendo chi rappresenta le categorie produttive?

Penso che dobbiamo diffidare di tutti i sistemi che si poggino esclusivamente sulla democrazia diretta e facciano saltare la democrazia rappresentativa. Non fosse altro per un aspetto: perché mancano i sistemi di controllo e mancano i contrappesi. In tutti i Paesi dove in questo momento la democrazia diretta ha prevalso, non mi sembra che ci siano dei risultati migliori di quelli raggiunti da altri governi che invece hanno avuto rispetto per la democrazia rappresentativa Naturalmente, come in tutte le cose, in medio stat virtus: occorre la miscela giusta tra la democrazia diretta e quella rappresentativa, però è evidente che nei Paesi dove salta completamente la democrazia rappresentativa, salta anche il sistema dei contrappesi, che devono contraddistinguere lo svolgimento della vita in un Paese che si definisce democratico.

Il ministro del Lavoro e vice premier Luigi Di Maio dice di vedere all’orizzonte un nuovo boom economico, paragonabile a quello che l’Italia ebbe negli anni Sessanta…

Mi auguro che abbia ragione lui: io purtroppo sto con i piedi per terra. E non ho elementi per alimentare questa visione. Penso che una Paese senza infrastrutture, sia fisiche che telematiche, è destinato a declinare. Ed il nostro Paese, se lo esaminiamo in tutte le sua componenti, è un Paese che sta declinando. Progressivamente. Nei livelli di benessere collettivo e di benessere individuale.

Di cosa abbiamo bisogno?

Di uno scatto d’orgoglio: bisogna ragionare senza pregiudizi. Bisogna riconoscere le cose che funzionano e vanno bene ed evitare di modificarle ogni volta che cambia un governo. Bisogna avere il coraggio di accettare anche le verità degli altri.

È un discorso da ‘quasi’ presidente di Confindustria.

Non ho né l’ambizione né il tempo per fare il presidente di Confindustria. Gli investimenti che in questo momento sta effettuando il mio gruppo in Italia, Polonia e Brasile, tra poco si prenderanno anche quel poco di tempo libero che mi era rimasto.