Non c’è più rispetto (Il caffè di Monia)

Chiunque sia in grado di governare una tastiera si sente autorizzato ad offendere chicchessia. Abbiamo messo su un circo di cafoni capace solo di insultare. Ma gli intelligenti non si offendono: ci ridono dietro

Monia Lauroni
Monia Lauroni

Scrivere per descrivere

Caimano. Nano. Orango. Pitonessa. Banana. Squalo. Gobbo. Negro. Cinghialone. Mortadella. Gargamella. Rigor Montis. E, poi, quelli ancora più cattivi e volgari. I soprannomi. Gli insulti. Le offese alla persona. Ogni “luogo” è stracolmo di sconci riferimenti alle vite personali e ai problemi fisici di chiunque diventi più noto del vicino di casa.

I social, poi, sono una fucina di porcherie. Ogni alfabetizzato che si riesca a collegare, anche dopo una grondante sudata, al web, si sente autorizzato ad offendere chicchessia.

Una vera porcata. Ancora più immonda se si pensa che la stragrande maggioranza dei calunniatori è anche battezzato e professa un credo religioso, spesso fondato sull’Amore Universale.  

Una grandinata generale di palle di vetriolo, che corrode l’anima degli italiani. Soprattutto, di coloro che non passano la giornata a coniare nuove offese per parenti, amici, solidali, nemici e sconosciuti. 

Ne abbiamo piene le scatole di sentire offendere la gente. Ci piacerebbe che ci si confrontasse in maniera civile.

Dal “mi ricorda un orango” di Calderoli, è seguita una gragnola di offese pronunciate anche dai più sobri, che ci ha veramente scioccato. Tutti giù a cercare, nel budello della fantasia, le immondizie peggiori. 

Suppongo che queste siano prove generali in attesa di poter insultare anche la propria madre. No, così non va. 

Dal mondo ci guardano con aria schifata. Poi, ci giudicano. E ci incazziamo. Culona non va bene e nemmeno Psiconano. Non va bene, no. 

E non è offendendo che ci facciamo strada nel cuore degli altri. Perché, a ruota, verrà il giorno in cui l’offesa arriverà anche a noi. E lì, ci faremo bruciare il pelo. 

Diamo un taglio a questa cafonata tutta italiana. O, meglio, tutta figlia dell’Italia di oggi. Quella che non sta piacendo a nessuno di noi. In cui ci sentiamo tutti a disagio. 

Riprendiamoci l’Italia civile di una volta. Quella in cui i morti si rispettavano senza guardare il colore della bandiera. Quella in cui il politico dava esempio, anche se esagerato. Quella approntata per noi dai nostri eleganti genitori. Che sapevano rispettare anche il nemico. Che sapevano scandalizzarsi. E ci davano gli scappellotti quando solo dicevamo “scemo” o, anche “cretino”.

Perché erano “parolacce”. O, meglio, offese.

Riprendiamoci le nostre vesti, i nostri doppiopetto e tailleur. Riprendiamoci quella “special classe di antica nobiltà” d’eletta cultura, d’eleganza e di arte

. Cos’è successo agli Italiani eleganti e sobri? Dove abbiamo perso il filo? Chi ci ha cancellato dal galateo? Del piacere dell’ascolto, della finezza della conversazione, del millenario savoir faire italico, non restano che le ceneri impastate col fango dell’impudicizia odierna. Nessun ritegno, oggi. Purtroppo.

Non siamo divertenti, non siamo simpatici, non siamo emancipati. Siamo solo un circo di cafoni agli occhi del mondo. Quel mondo che non si offende e ci ride alle spalle.