Prospettiva ZingarExit

Foto © Imagoeconomica, Sara Minelli

Il segretario del Pd vola negli Stati Uniti, dove incontrerà Bill Clinton e Nancy Pelosi. Assicura che non vuole alcuno “strappo”, ma in realtà sta preparando la strategia di uscita e pensa alle elezioni anticipate. La vera posta in palio è la sopravvivenza elettorale e politica dei Democrat.

Che cosa ci fa il Pd in un Governo che può passare alla storia per aver mandato all’aria un progetto industriale che fa perdere 10.700 posti di lavoro di operai?”. È questa domanda che sta convincendo Nicola Zingaretti che alla fine è meglio la prospettiva delle urne. Perché il problema adesso è quello della sopravvivenza politica ed elettorale del Partito Democratico. “Adesso anche il Pd sta scoprendo chi sono i Cinque Stelle”: la frase di Giancarlo Giorgetti, numero due della Lega, non è stata buttata lì per caso.

Nicola Zingaretti © Imagoeconomica, Stefano Carofei

Intanto il segretario nazionale del Pd va a “risciacquare i panni” negli Stati Uniti. Dai Democratici a stelle strisce. Dal 10 al 13 novembre, sarà negli Usa per una serie di incontri con il presidente Bill Clinton, la presidente del Congresso Nancy Pelosi e una visita alla Casa Bianca. Lunedì 11 novembre, Zingaretti incontrerà Bill Clinton presso la Clinton Foundation a New York. A seguire il segretario Dem parteciperà all’elezione del segretario del circolo Pd di New York.

In queste ore ripete quanto detto nell’intervista al Tg3: “No, non c’e’ nessuna idea di strappo. Una cosa però è chiara: noi siamo al governo non per le poltrone o per occupare posti, ma per fare. E noi sappiamo – e chiediamo – che un Governo dura fino a che è utile all’Italia non ai Partiti che ne fanno parte”. Parole non tanto  diverse da quelle che pronunciava il leader della Lega Matteo Salvini prima e durante lo strappo agostano.

Nicola Zingaretti © Imagoeconomica, Sara Minelli

Infatti il quotidiano Libero ha già immaginato Lo “Zingarexit”. Scrivendo: “E allora pronto il piano: l’iter che i dem si sono immaginati prevede tre tappe perseguibili entro la fine dell’anno. La prima secondo Repubblica è il caso Ilva: “Che ci sta a fare un partito di sinistra in un governo che manda all’aria un’industria con oltre 10mila lavoratori?” si chiedono. Poi segue la seconda tappa non meno complessa, ossia la legge di Bilancio. Nell’ipotesi che il testo approvato conduca il Paese a un’instabilità politica, il Pd si tirerebbe indietro. Per finire l’ultimo passo, la riforma elettorale. Il tentativo è di tornare alle urne con un nuovo sistema ma se si alzeranno i veti di Italia Viva e M5S, si terrà in vita quella attuale. Del resto, ormai nel centrosinistra la preoccupazione principale non è determinata dalla volontà di programmare una vittoria. Piuttosto dall’esigenza di costruire le condizioni perché alla tornata successiva, il centrosinistra sia ancora in campo”.

Lo scenario ci sta tutto. Perché una cosa è certa. Il ritorno anticipato alle urne, secondo quelli che sono i sondaggi, determinerebbe tre scenari: 1) la vittoria schiacciante del centrodestra a trazione leghista; 2) la scomparsa dei Cinque Stelle e il ridimensionamento della pattuglia parlamentare di Matteo Renzi; 3) la tenuta del Pd.

Tenuta che potrebbe rappresentare il punto di partenza per una rinascita dall’opposizione.

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