Quel Calenda un po’ metallurgico, ma con un occhio strizzato a Montanelli

Il leader di Azione su due fronti: quello "vivo" della deindustrializzazione e quello infido dell'informazione dolosamente silente

Piero Cima-Sognai

Ne elegantia abutere

La caratteristica saliente e per certi versi inattaccabile di Indro Montanelli e di tutti quelli come lui fu sempre quella di essere refrattari al potere imposto con troppo nerbo. Non al potere in sé: quelli bravi davvero sanno fin troppo bene che in questo mestiere non esiste l’imparzialità ma “solo” l’obiettività, e che con i potenti i conti ce li devi fare e come. Il maestro di Fucecchio fu fascista fin quando il fascismo non mise in crisi le sue libertà e fu “berlusconiano” fin quando Berlusconi non gli calcò troppo il tallone sulla nuca.

A quel punto migrò e se ne andò a fare un giornale tutto suo. Insomma, il sunto è che a ondate più o meno regolari in Italia si pone con maggiore nerbo il problema della “stampa libera” e del difficile rapporto con l’editoria padrona. E quello di cui stiamo parlando, anche a contare il clamoroso cambio di registro con social e contents-creating e l’avvento di quelli che “non do il permesso a Facebook” è un uroboro, cioè un serpente che si morde la coda.

Chi paga e perché pagare

INDRO MONTANELLI

Lo Stato finanzia i media con i contributi editoriali? Scatta la rappresaglia de “stiano in piedi da soli, se ci riescono, ‘sti pennivendoli vampiri”. I media devono vedersela per più parte da soli? Arriva un editor che dà qualche garanzia economica ma che ti detta rotta, condotta e ridotta. A quel punto tu per parte elitaria diventi starlette e i fili che ti muovono le braccia si confondono benissimo con le righe del gessato da 2500 euro che ti sei potuto comprare. Mentre te che sei massa arrivi a vedere una tredicesima come un 6 al Superenalotto.

E’ un guaio, e quando accade che uno come Carlo Calenda questo guaio lo evidenzia possono succedere due cose. In prima istanza magari grida l’ipocrisia speed di chi vede nel leader di Azione un personaggio interessato solo oggi al problema. E magari mezza espressione di quel mondo la cui condotta oggi censura per acquisire soft-skill e sessappiglio politico.

Oppure scatta una riflessione più onesta e meno dietrologica, incentivata magari dal caso Stellantis. Partiamo dalle ultime notizie sullo stabilimento di Piedimonte San Germano. La ormai ex “Fiat di Cassino” è in debito d’ossigeno. E’ francese, scoperta in Italia e in credito di produzione. Lo è perché sono cambiati tempi, modelli operativi e target. Ma per Calenda lo è anche perché all’editoria “grossa” non interessa radiografare quello sfascio e per motivi precisi e gravi.

Tutto nasce dal caso Stellantis-Cassino

Carlo Calenda (Foto: Andrea Panegrossi © Imagoeconomica)

Per Piedimonte San Germano la mezza salvezza si chiama Grecale ma pare che una ciambella due possa trovare forma e buco con la nuova Giulia. L’Amministratore delegato del biscione Jean Philippe Imparato avrebbe confermato che per il 2025 Giulia arriverà. Lo farà in continuità con il timing già spostato in avanti di un semestre per Grecale, a fine 2024.

E da quanto si apprende “anche la sua versione elettrica nascerà a Cassino Plant e sarà con ogni probabilità la prima a prendere forma sulla piattaforma Stla Large”. Sarebbe quella “annunciata a marzo dello scorso anno dal Ceo Stellantis Carlos Tavares”.

Tutto bene dunque? Non proprio, anche perché c’è una linea di pensiero, quella di Calenda appunto, per cui le info sull’agonia di Stellantis Cassino e dell’automotive in generale sono sporadiche, settoriali e di nicchia. Le cose vanno malemalissimo e lo dicono in pochissimi. (Leggi qui: L’urlo di Calenda: “Stanno soffocando l’automotive”).

Mentre quelle sulla deindustrializzazione dolosa del Paese e del suo nerbo economico e produttivo semplicemente non ci sono. O meglio: non sono presenti e puntuali, in analisi e soluzioni, sui media-corazzata. Calenda usa il sarcasmo e l’immagine truce alla “non toccare quella famiglia”, attacca duro gli Elkann e fa un po’ come Mimì metallurgico. Cioè come il personaggio interpretato da Giancarlo Giannini nel film del ‘72. Un operaio del sud piegato e piagato dalle coppole storte che in Piemonte trova birra e new age nel trozkismo e nella lotta di classe.

Come te la racconto e perché taccio

Matteo Renzi in senato (Foto: Sara MInelli © Imagoeconomica)

L’unica differenza è che nel film Giannini-Mimì alla fine diventa proprio quello che lui esecrava, mentre Calenda sembra un filino più orientato ad evitare come la peste quel che critica. E punge come un tafano, attaccando i silenzi su Stellantis e le tare del giornalismo a gettone. Poi riservando un po’ di fiele oscuro anche a Matteo Renzi, che oggi è direttore editoriale de Il Riformista a trazione Alfredo Romeo. Non lo scrive, non lo dice e non ne parla direttamente, ma il sugo è sotteso e peppia anche se sotto il coperchio.

Un lungo tweet del leader di Azione squaderna uno scenario magari in iperbole, ma desolante anche nel suo solo nocciolo. “Discutiamo di cose che non esistono e non esisteranno: dall’accordo con l’Albania a fantasmagoriche riforme istituzionali”. Tuttavia per lui mentre lo si fa nessuno, dicasi nessuno, dice una parola sulla più grande opera di deindustrializzazione in atto in Italia da parte di Stellantis”.

E in sintesi di quanto accaduto la settimana scorsa: “Abbiamo assistito a vendite di stabilimenti e fermi produttivi. Ma la politica di destra e di sinistra ha parlato d’altro.

“Io oscurato, peggio che con il Cav”

Francesco Rocca e Luca Di Stefano

Gli Stati Generali della provincia di Frosinone sono dunque una lodevole eccezione che non trova sponda in una coraltà di approccio ultra regionale. Calenda è animale social di razza, quasi compulsivo, ed ai suoi follower si rivolge come in un dialogo diretto con ognuno di essi. “Vuoi sapere il perché? per capirlo basta vedere come i giornali del gruppo Gedi – La Stampa e Repubblica – hanno reagito alle nostre prese di posizione sugli Elkann. Oscuramento totale di Azione e del sottoscritto”.

Poteva mancare il richiamo al padre di tutti gli editori-commander che per Calenda a paragone di alcuni odierni pareva Julian Assange? “Berlusconi scansate verrebbe da dire”. Poi uno spiegone che non condividere in parte per concettualità generale sarebbe ipocrita. “I giornali costano poco. E dunque sono un ottimo mezzo di lobby”.

“Siano cliniche private o fabbriche con quattro spicci puoi ottenere affari o far calare il silenzio sulla fuga dall’Italia del primo gruppo industriale privato. La tesi di Calenda è che che quando sorge un argomento scomodo per certi gruppi, e quei gruppi vogliono cassarlo o ridurlo al lumicino nel mainstream, farlo non è così difficile.

Quei giornalisti “costretti ai silenzio”

“E i giornalisti? I Comitati di Redazione? I giornalisti oggi sanno che non avranno nessuna possibilità di trovare un altro lavoro visto lo stato di crisi del settore. E dunque rimangono ‘allineati e coperti’. Questa situazione sta influenzando seriamente la qualità della democrazia”.

Quindi c’è un Calenda piacione con la base che spinge sul Calenda concreto e sistemico, e che vorrebbe dare patente di concretezza ad una faccenda con molto grip populista. In linea di principio il leader di Azione non ha torto, ma come disse Andreotti a Scalfari che gli sciorinava l’elenco delle sue condotte ambigue “le cose erano un po’ più complesse”.

Dal canto suo Calenda ha una ricetta: “Per questo credo sia tempo di varare un provvedimento che invece di distribuire incentivi a pioggia, sostenga, solo e più incisivamente, gli editori puri, a patto che facciano contratti decenti ai giornalisti”. Chi sono gli editori puri? Fanno parte di una gloriosa stagione di sogni, perdite ed ideali, tre cose che andavano bene assieme quando i giornali tiravano centinaia di migliaia di copie.

Quando il Paese leggeva e quando tenere in piedi un quotidiano significava dimenticarsi gli utili e puntare tutto sulla comunicazione e sul potere di ritorno. Quelle di cambiare le cose, magari in meglio. Durò poco perché il mondo cambia più velocemente delle pulsioni morali di chi ci abita. Per Calenda “non può esistere una politica sana e un giornalismo debole e contaminato dai conflitti di interesse”.

Acqua calda ma problema grosso

E’ acqua calda, non più bollente ma ancora tiepida. Quanto basta però per avviare una serena riflessione senza cadere nel sanculottismo di categoria. Non su quelli che Calenda accusa, ma su quello che Calenda enuncia per sommi e grevi capi.
E cioè che per non fare la fine di Mimì metallurgico dovremmo tutti rivedere il sistema. Ma chi glielo va a dire ad un politico o ad un imprenditore che sono morte le grancasse a costo quasi zero e che tocca prendersi anche le critiche in casa?

Perché non siamo tutti Montanelli, e siamo più legione di medi operatori che nicchia di blasonati vip, ma ci piacerebbe avere a modello il suo cammino. Senza dover arrivare a scegliere, un giorno, tra mangiare ed essere liberi. E magari essere liberi proprio perché sazi di quel che serve per vivere.

Dignitosamente, e pronti a battere sulla tastiera su ogni sconcio che incontriamo. Ed a sconfessare Calenda, magari facendolo felice, il che non è la nostra massima aspirazione. Lui e la nostra coscienza, che invece dovrebbe essere aspirazione minima.

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