Bimbi accompagnati all’uscita di scuola? Perché è un errore (di M.R. Scappaticci)

“Insegnare ad un bambino a mangiare, a lavarsi e a vestirsi, è un lavoro ben più lungo, difficile e paziente che imboccarlo, lavarlo e vestirlo”.

Maria Rita Scappaticci

Psicologa e blogger

Il vero dilemma della società civile è capire chi deve fare cosa. E dare una vera risposta a questa domanda presuppone che si conoscano i propri limiti ma soprattutto i propri compiti.

In sostanza equivale a chiarire i termini delle proprie responsabilità. E la responsabilità non si costruisce soltanto attraverso leggi che regolano il vivere comune.

L’assunzione di responsabilità è un atto di dovere verso se stessi, un processo profondo di costruzione di identità e unicità. Ed è quello che cerchiamo di passare alle nuove generazioni, attraverso rimandi costanti di ciò che è giusto e ciò che bisogna evitare.

In pratica dobbiamo trasmettere quel senso di autonomia nel discernere il bene dal male o almeno cercare di chiarire cosa si intende per giusto o sbagliato.

In ogni manuale che sia da modello di sani principi riguardo l’educazione esiste un fine ultimo al quale tutti siamo chiamati a rispondere nei confronti dei figli: alimentare l’autonomia e il senso critico.

Che non significa solo vestirsi da soli o avere l’occhio furbo di scegliere il proprio regalo di Natale. Significa chiarire le dinamiche del proprio mondo interiore, lasciando aperte le porte delle delusioni per capire che sapore ha la tristezza di un rifiuto o il pericolo, per riconoscerlo e cercare di scamparlo.

Un aspetto determinante per i giovani e difficile da perseguire per gli adulti che hanno il costante timore di sbagliare, vittime innocenti dei loro stessi vissuti.

E allora, senza scomodare le grandi menti che hanno ispirato la sana educazione, è d’obbligo ricordare la dott.ssa Maria Montessori che affermava con grande spirito educativo che “Insegnare ad un bambino a mangiare, a lavarsi e a vestirsi, è un lavoro ben più lungo, difficile e paziente che imboccarlo, lavarlo e vestirlo”.

Ebbene, per quanto difficile possa essere questo compito, non c’è altra via se vogliamo tendere alla formazione di menti forti che siano in grado di superare le difficoltà e non di arginarle attraverso mezzi intrisi di codardia e vergogna.

Eppure l’unica cosa che continuiamo a rimandare sono le paure e di come sia assolutamente necessario evitarle per vivere al sicuro dalla vita.

Ma la vita non si vive standosene al sicuro, e soprattutto non si vive passando la “patata bollente” del problema di mano in mano fino a che la musica non si stoppa sullo sfigato di turno.

Il peggiore di tutti i mali è crescere giovani spaventati, inermi, che non riescono a scegliere e nel momento in cui si trovano a doverlo fare vanno in crisi se si trovano soli con i loro confusi pensieri che hanno lasciato nel posto più lontano delle loro menti.

Abituare a pensare significa diventare autonomi, abituare a scegliere e se si è deciso male abituarsi a recuperare l’errore attraverso un uso appropriato delle proprie risorse.

Questa è la responsabilità a cui tendere.

Ogni età ha necessità di abituarsi alle proprie gestioni sfruttando al massimo il potenziale che è presente.

Non si può risolvere tutto con delle leggi che non fanno altro che limitare questo tipo di educazione e poi sperare che non ci siano ragazzi troppo spesso vittime di loro stessi.

No. Non credo sia questo il modo.

 

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