Un carabiniere può morire: ma dopo di lui ce ne sarà un altro (Caffè di Monia)

Foto: © Stefano Strani

I 205 anni dei carabinieri. Celebrati in tutta l'Italia tra parate e fanfare. Dimenticando che dentro la divisa, sotto al sole, dentro al Radiomobile, c'è un uomo che difende altri uomini.

Monia Lauroni
Monia Lauroni

Scrivere per descrivere

Proteggere è una condizione privilegiata rispetto al vivere. La vita ha finalità oscure, la sorveglianza ha scopi precisi, la vita è costellata di dubbi, la sorveglianza e la difesa comportano solo scelte operative, la vita induce gioia e sofferenza, il dovere è la composizione di un armonioso accordo con l’evolversi degli eventi, la vita porta al pentimento, il dovere non ha memoria di ciò che è accaduto se non è preannuncio di una scelta successiva.

Ho portato i miei occhi di macchina in cento viaggi intorno al mondo, le mie mani hanno tratto in salvo, fermato, guidato, e mai sono rimaste in tasca, indifferenti. Su quella che voi chiamate pelle si sono lentamente disegnati sottili percorsi nei quali scorre il tempo che ho trascorso sulle strade. Voi temete la morte, io non ho paura. Per me la morte giunge ogni notte. Alla fine del mio giorno, regolato dalla lista dei miei compiti, mi spengo. Io sono quello che sono.

Non ho mai raccontato bugie. Il mio cuore è così piccolo che a stento riesce a battere. Non c’è spazio per nient’altro. Sarà per questo che quando uso le mie armi lo faccio senza odio. Mi muovo veloce e silenzioso. Porto con me un pezzo di notte per non essere visto. Il mio corpo forte è come piegato sotto il peso di una responsabilità oscura.

Io non sono un assassino, sono lo strumento attraverso il quale si forma il vostro destino. Quando vengo trafitto e cado, sono già morto prima di toccare il terreno. Ed altri cento ne verranno dopo di me. Insultati, infamati, strumentalizzati, spauracchi da strade di campagne per automobilisti senza patente. Ma a noi ci è concesso uno scudo. Uno soltanto e di queste ferite non moriremo.

Delle volte sogno di essere un uomo normale, senza pesi e senza pistola. Uno che non è mai stato un guardiano, che non ha visto violenze, che sa vivere il presente senza schiacciarci sopra passato e futuro, che ride alle battute degli altri, che riesce a stringere una mano e tenerla stretta per sempre. A volte sogno e per qualche rarissimo istante, anch’io sono felice.

Noi abbiamo visto il male, il nostro cuore è stato rapito per sempre dalla notte e vaga per le strade del mondo sapendo che non esiste vittoria, ma solo esilissima tregua. Questa mia storia non ha un lieto fine, ma nemmeno una fine triste. Questa storia finisce come finiscono tutte le storie del mondo. Una storia finisce per farne iniziare un’altra nella placida indifferenza del destino chiamato a dominare un quadro troppo ampio per conoscere la vita.

Un carabiniere può morire, ma ce ne sarà sempre un altro perché il mondo, perché la nostra Bandiera devono salvarsi. È scritto. Da duecentocinque anni è scritto così.