I Versi Diversi del prefetto Cesari e del sindaco D’Onorio (CulturE)

Giovedì 17 alle ore 18 nella libreria Ubik di Frosinone viene presentato il testo 'Versi Diversi per la speranza - I suoni dell'anima'. Scritto a quattro mani dal prefetto Piero Cesari e dal professor Giuseppe D'Onorio. Per gentile concessione degli Autori e dell'Editore, vi anticipiamo la prefazione del professor Luigi Gulia

Il senso di un suono per la storia degli uomini nei rintocchi fabraterni

di Luigi Gulia

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«La fusione del bronzo e di altri metalli per la realizzazione della campana mi sembra una bella metafora augurale per un mondo che ha più bisogno di armonizzare, e quasi di “fondere” le sue diversità in un solido progetto di pace». Così si espresse papa Giovanni Paolo II il 19 marzo 1995, concludendo ad Agnone la sua seconda visita nel Molise.

Presso la Fonderia Marinelli poté assistere alla colata della campana recante in bassorilievo la profezia di Isaia, 2, 4: «Spezzeranno le loro spade e ne faranno aratri, delle loro lance faranno falci; una nazione non alzerà più la spada contro un’altra nazione, non impareranno più l’arte della guerra». Sarebbe stato il suo dono “quale simbolo di preghiera e di pace”, il successivo 5 ottobre, al Palazzo delle Nazioni Unite per il 50° di fondazione di quella Organizzazione internazionale.

Un “segno” per confermare il patrimonio comune dell’umanità dei diritti universali, «radicati nella natura della persona» e sanciti nella Dichiarazione del 1948, ma anche per indicare l’urgenza di «un analogo accordo internazionale che affronti in modo adeguato i diritti delle nazioni».

La prospettiva di un nuovo orizzonte mondiale nella visione di un’unica grande famiglia resa più ricca dal rispetto delle particolarità e delle diversità. Quel “segno” avrebbe proclamato all’Assemblea delle Nazioni Unite che la speranza e la fiducia, alla vigilia di un nuovo millennio, «sono la premessa di una responsabile operosità e trovano alimento nell’intimo santuario della coscienza, là dove “l’uomo si trova solo con Dio” e per ciò stesso intuisce di non essere solo tra gli enigmi dell’esistenza, perché accompagnato dall’amore del Creatore!». Con queste parole papa Giovanni Paolo II, «non come uno che ha potere temporale né come un leader religioso» avrebbe testimoniato la dignità dell’uomo il cui spirito tende alla trascendenza.

La visita ad Agnone fu quasi una anticipazione più familiare di questa testimonianza. Nella fonderia lo colpì molto la preghiera, con l’invocazione della Madre di Dio, al momento della colata: «Questo antico rito, mentre esalta il senso profondo del lavoro umano santificato dalla fede e dall’orazione, esprime la profonda religiosità che alimenta la vita e la storia di questa Città». Ed infatti, una settimana dopo, il 26 marzo, volle confidare la singolare esperienza ai bambini della parrocchia romana di Santa Maria del Rosario: «Vorrei poi aggiungere ancora una cosa: domenica scorsa sono andato in Molise; ho visitato anche Agnone dove si fabbricano le campane…

È una bella cosa ascoltare il suono delle campane che ci cantano la gloria del Signore da parte di tutte le creature. E poi ciascuno di noi porta in sé una campana, molto sensibile. Questa campana si chiama cuore. Questo cuore suona, suona e mi auguro che il vostro cuore suoni sempre delle belle melodie. Melodie di riconoscenza, di ringraziamento a Dio, di lode al Signore e che superi sempre le melodie cattive di odio e violenza e di tutto ciò che produce il male nel mondo».

Ecco dunque delineati i “segni” dell’attualità di questa metafora augurale di armonia per un mondo umano ancora intimorito dalla molteplice varietà del suo scenario: l’orizzonte della trascendenza che indica allo spirito la sua fonte; la laboriosità umana artefice della concordia in consonanza con l’ispirazione divina; l’identità storica (civile e religiosa) di una comunità che si aduna per incontrare, ascoltare, cantare, glorificare la sorgente della propria anima; motore interiore, infine, della creatura umana che espande il dono della vita gratuitamente ricevuto.

L’accostamento tra il suono delle campane e il battito del cuore espresso da un papa santo, artista e poeta, è anche la probabile origine (l’intimo incanto) dell’interesse storiografico di Giuseppe D’Onorio, incuriosito dai sacri bronzi «che hanno sempre scandito, con i loro rintocchi, la vita di una comunità e che esprimono storia, arte e poesia». Sono sue parole, nella introduzione a Rintocchi della memoria. Campane e campanili di Veroli, dove egli dichiara che a quella ricerca fu avviato dopo essere salito, durante i lavori di restauro del monastero delle monache benedettine della sua città, sui tetti dell’antica chiesa di S. Maria de’ Franconi ed essersi imbattuto «in due campanili, ognuno contenente due campane».

Amore e curiosità che non potevano non provenire dalla città natale. Lo storico capì che il suono delle campane, accompagnando il tempo e l’animazione quotidiana del paesaggio urbano e rurale, gli dischiudeva un percorso di ricerca in gran parte sconosciuto, da completare in archivi inesplorati e con una bibliografia ancora avara, cui egli stesso nel nostro territorio avrebbe aperto le ali: Rintocchi della memoria nel 2001, Rintocchi palianesi nel 2010, Hoc opus (le possenti e minute campane nella storia di Ferentino) nel 2013, Le campane di Santa Maria Assunta in Piedimonte San Germano Alto nel 2016, fino a sconfinare nel 2017, insieme con il fiorentino Sauro Cantini, sulle orme di Obertinus, il fonditore duecentesco chiamato a dar prove della sua maestria a Subiaco, Perugia, Ferentino, Anagni, Monte S. Giovanni Campano, Rieti, Acuto (un itinerario, per verità storica, racchiuso, ai tempi dell’enigmatico artista, entro i confini dello Stato della Chiesa).

Ali aperte anche sui tanti monasteri di un’Italia educata all’ascolto del silenzio, visitati per descrivere di ciascuno di essi (nel trimestrale “Potenza e Carità di Dio” delle Benedettine verolane) la storia carpita – come input di ricerca d’archivio – dalla voce e dalle forme delle campane, che continuano a scandire le ore della vita di quelle comunità regolate e santificate dalla liturgia della preghiera e del lavoro. Ali aperte anche sulla complessa vicenda della requisizione e del ripristino dei bronzi nel periodo bellico, oggetto di una circostanziata rassegna partita nel 2015 dal territorio sorano.

Ogni campana ha un’eco propria, si distingue nella percezione acustica di una città, piccola o grande che essa sia. Il suono induce a indagare: nome, data, immagini, iscrizioni, e la storia che ne scaturisce non è solo la carta d’identità della campana, ma rivela il tempo e la vita delle persone e della comunità.

Quel suono è oggi un richiamo (per taluni fastidioso) ad abbattere il muro dell’indifferenza (esortazione di papa Francesco) che separa il cuore di molti dalla condivisione o finanche dalla cognizione dei valori spirituali e religiosi che costituiscono la coscienza, la dignità, la libertà di ogni essere umano. In particolare, il diritto di professare la propria fede, che si manifesta anche come impegno a promuovere giustizia e fraternità. «Laudo Deum, plebem convoco, congrego clerum. / Defunctos ploro, pestem fugo, festa decoro» sono i versi che definiscono la tradizionale funzione di quei rintocchi, ma custodiscono un significato che va oltre  il carattere cultuale e religioso, per farsi monito alla comunione dei sentimenti di un popolo, sia che preghi, sia che esulti, sia che pianga.

Il silenzio delle campane nel triduo pasquale, con le corde legate fino al Gloria della veglia della Risurrezione, è “segno” di mestizia e di attesa, ma si può percepire anche come un vuoto, come l’assenza di una rimembranza premurosa che ritma l’animazione quotidiana del paesaggio umano. Un’assenza che disorienta perfino l’orecchio di chi in quel suono circoscrive un elemento culturale e di folclore. Rimarrebbe ugualmente disorientato e privo di radici storiche chi provasse, con espedienti tecnologici, a cancellare dal paesaggio chiese e campanili, che da secoli sono il volto e il cuore dei borghi, dei paesi, delle città, ben oltre l’esistenza dei singoli uomini che vi si avvicendano e ai quali è dato di goderne temporaneamente la vista e la dimora.

Giuseppe D’Onorio va delineando da circa due decenni una possibile geografia religiosa del nostro vasto territorio provinciale, imperniata sulla storia dei campanili e dei bronzi che da essi tintinnano. Ne scaturisce una modalità di rivelazione identitaria di borghi, paesi e città di matrice antropologica. Rintocchi fabraterni è prova ulteriore di questa benemerita opera culturale. Evoca il corso del secondo millennio cristiano e l’inizio del terzo di una terra d’antica presenza volsca, donde il nome, mutato in età medievale in quello di Ceccano che da allora la connota.

La cronologia delle chiese risale al secolo XII con le dedicazioni, nel borgo intorno al colle, di S. Giovanni Battista, S. Nicola, S. Pietro (riedificata in aperta campagna dopo i danneggiamenti bellici) e, lungo la riva del Sacco, di S. Maria a Fiume (rasa al suolo dalle bombe alleate il 26 gennaio 1944, ricostruita con il suo campanile nello stile gotico-cistercense dell’antico edificio sacro). E prosegue nei secoli successivi con S. Maria di Corniano (la futura badia dei Passionisti dagli anni di S. Paolo della Croce, ed oggi custode delle spoglie mortali del beato Grimoaldo) fino ai titoli di una tradizione giunta ai nostri giorni legando ad ogni santo, devozione o appellativo mariano, il compendio di una migrazione (come quella longobarda, da cui il culto del Battista), di una vicissitudine, di una necessità, di una presenza.

Le vicende secolari si intrecciano con i potentati di concessione imperiale e pontificia, con la porpora cardinalizia di figli ceccanesi – dall’abate Stefano del tempo di Innocenzo III a Tommaso Pasquale Gizzi, segretario di Stato di Pio IX –, con i bombardamenti del 1943-44, con la pietà popolare e di famiglie devote. Le campane storiche (la più vetusta è del 1659), sopravvissute, scampate alle esigenze dell’industria bellica, o di più recente alloggiamento, ciascuna con rigorosa schedatura della propria unicità, quasi sineddoche di una realtà composita, sono il filo narrativo di questi eventi. Si snoda nelle pagine di Giuseppe D’Onorio un percorso di domande e di risposte, proprio di colui che, attraverso i documenti, visivi, sonori e scritti, riesce ad animare la storia, a renderla emozione e memoria vivente.

La lettura dei Rintocchi è esperienza da vivere e assimilare in prima persona, per immaginare e comprendere, ad esempio e rimanendo nel tema, l’intensità liberatoria del suono a festa delle campane che il 3 maggio 1945 per un’ora intera annunciarono la fine della guerra. La storia così studiata e recepita, come atto pedagogico e di valore etico, parafrasando Edgar Morin (Conoscenza Ignoranza Mistero, 2018, p. 10) genera il senso dell’invisibile nascosto in ciò che vediamo. 

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