Pd, Piazza Grande non basta, la Leopolda men che meno

Foto: © La7 DiMartedì

Nicola Zingaretti sta faticosamente ricostruendo un campo di centrosinistra, ma tutto dipenderà dalla percentuale delle europee. Matteo Renzi pensa a come riprendersi il partito. Ma i due sono conciliabili?

Il colpo dell’occhio nello studio di Giovanni Floris, nel consueto appuntamento con DiMartedì, era di quelli studiati per lanciare un messaggio di unità. Ospite il segretario nazionale del Pd Nicola Zingaretti. Non da solo però: con lui Carlo Calenda (ala liberal), Giuliano Pisapia (ala sinistra che più sinistra non si può), Simona Bonafé (renziana), Caterina Chinnici e altri. Tutti, tranne Zingaretti, candidati alle europee.

Il segretario e presidente della Regione Lazio ha ribadito il concetto chiave: “C’è un solo simbolo che se vince chiude la stagione dei populismi in Italia: il nostro della lista unitaria. Con la nostra lista unitaria si riaccende la speranza di fronte ai pericoli per la democrazia che vengono da Salvini e dal teatrino con M5S, contro i rischi di una deriva di destra in Italia. Il governo fa risultati disastrosi, la nostra è l’unica alternativa”.

Nelle stesse ore Il Foglio (uno dei quotidiani più autorevoli sul piano politico) pubblicava un’analisi secondo la quale Matteo Renzi non sta più pensando ad una scissione, ma a riprendersi la guida del Partito. Al punto da organizzare l’ennesima Leopolda ad ottobre.

In un’intervista a La Repubblica Renzi si è detto ottimista sia per il risultati del Pd alle Europee, sia per l’ipotesi di un ridimensionamento elettorale delle forze al governo, cioè la Lega e i Cinque Stelle. 

Tutto questo è conciliabile con una visione ed una prospettiva unitaria del Pd? Cioè con Nicola Zingaretti e Matteo Renzi a remare insieme, magari dividendosi i futuri ruoli? Mai dire mai in politica. Però è oggettivamente complicato pensarlo adesso. Perché la Piazza Grande di Zingaretti ha consentito un campo largo alle Europee, con una lista che va ben oltre i confini del Partito. Il contrario rispetto alla visione di Renzi.

Dipenderà come al solito dai risultati elettorali, dalle Europee insomma. Il 20% sarebbe un passo avanti rispetto al 18% del 4 marzo 2018, ma resterebbe comunque una percentuale di sopravvivenza. Lontanissima dalla maggioranza assoluta, ma pure da quella relativa per poter pensare ad un’alternativa credibile non solo all’attuale governo pentaleghista, ma anche ad un futuro probabile esecutivo di centrodestra classico.

Carlo Calenda ha detto che la vera sfida non è quella delle alleanze, considerando l’estrema mutevolezza dei flussi elettorali. Il punto in realtà è recuperare gli elettori, tutti gli elettori, e pensare anche di andare oltre. Già, ma come?

La Piazza Grande da sola non può bastare. La Leopolda neppure. Ma per unirle serve un elemento chiamato amalgama. O collante ideologico.

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