La Regione chiude le scuole nei paesi ciociari fino a 2mila abitanti

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Arturo Gnesi
di ARTURO GNESI
Sindaco di Pastena

 

Caro direttore,
ci hanno consegnato una scuola senza futuro ed ora ci ritroviamo con un futuro senza scuola. Mi riferisco alle norme ammazza-classi della regione Lazio che pone vincoli insuperabili per far sopravvivere nei piccoli centri, fino ad almeno duemila abitanti, la scuola dell’obbligo.

In consiglio comunale abbiamo approvato all’unanimità una delibera con la quale chiediamo diritti e giustizia per i nostri ragazzi.

L’istruzione è fondamentale per la crescita della civiltà, la storia dell’umanità è caratterizzata da una continua evoluzione delle conoscenze umanistiche e scientifiche e dai modelli di organizzazione sociale. Il cammino dei popoli è fondato sulla forza del sapere e sull’innovazione tecnologica, e questo ha consentito alle masse di emanciparsi, di istruirsi e di rompere le catene della schiavitù materiale e della sudditanza psicologica nei confronti delle elité economiche o delle caste politiche.

I criteri attuali sono restrittivi e limitativi per la formazione delle classi e per l’istituzione dei plessi scolastici e anche le deroghe esistenti per i comuni montani e per le altre situazioni particolari non sono sufficienti a garantire i principi dell’equità sociale e a soddisfare le richieste delle comunità locali. Le famiglie abbandonano i piccoli centri proprio per il futuro incerto delle scuole dell’obbligo, condannate in tal modo ad una chiusura irreversibile ed è necessario adottare i provvedimenti adeguati.

I piccoli comuni svolgono un ruolo fondamentale nel mantenere vive le tradizioni e la cultura nazionale e sono in prima linea a rappresentare la voce della gente e il volto dello Stato, sono i baluardi della democrazia e della partecipazione popolare.

I piccoli comuni rafforzano i legami di solidarietà tra i cittadini e allo stesso tempo riescono a essere interlocutori delle famiglie e delle fasce sociali più deboli ed emarginate e hanno il compito di migliorare la qualità della vita e di impedire il depauperamento economico e la marginalizzazione sociale.

Nella scuola oggi tende a prevalere la logica aziendale del profitto e non quella del principio all’educazione e alla crescita morale e culturale dei ragazzi.

Le condizioni storiche, economiche e sociali da anni hanno tracciato un percorso unidirezionale della nostra popolazione che invecchia e subisce uno spaventoso quanto inarrestabile calo demografico ma questo trend negativo non deve essere una condanna per i nostri giovani e né una rassegnazione per le nostre famiglie.

Statisticamente e in modo generalizzato e diffuso i centri con un numero variabile tra i mille e duemila abitanti, subiscono l’ingiustizia di avere spesso un numero insufficiente di iscritti avviando un triste processo di chiusura dei plessi scolastici.

Questa normativa discriminante ed elitaria, obbliga i piccoli comuni a privarsi di un bene essenziale fonte di sapere e fucina di valori e di ideali per le nuove generazioni. Una logica, quella in atto che costringe le famiglie a farsi carico di ulteriori spese e non diminuisce i costi degli enti pubblici che devono farsi carico del trasporto giornaliero.

Ritenendo questa situazione una grave ingiustizia abbiamo chiesto alla Regione Lazio che nei comuni fino 2000 abitanti sia garantita la scuola dell’obbligo mediante la possibilità di costituire le classi con un numero minimo di 6 alunni. Pensiamo come don Lorenzo Milani che “Non c’è nulla che sia più ingiusto quanto far parti uguali fra disuguali”.

Senza una coraggiosa inversione di tendenza nei prossimi decenni assisteremo oltre al graduale invecchiamento dei piccoli comuni anche alla perdita della loro identità storico e culturale.

La scuola è segno di unità e di forza di una comunità, rafforza i legami con le tradizioni e con la memoria popolare, consente alle nuove generazioni di radicarsi sul territorio e di avere un forte legame di appartenenza con il passato. La scuola è il futuro dei piccoli centri chiuderle significa condannarli all’estinzione. Non è una questione di sprechi, ma della logica politica elitaria che dimentica quanto costa umanizzare e recuperare le periferie degradate e invivibili dei centri urbani. Nei secoli passati hanno lottato per rivendicare liberté, fraternitè, egalitè, oggi il nostro pensiero fatica a pensare al domani.