Non è eutanasia dire ‘Portatelo a casa’ e ‘Lasciatemi andare’ (di L. Marziale)

Biotestamento, dopo l'intervento di Cacciola, ora è Marziale a puntare il dito: attenzione, perché l'eutanasia è altro. Questa legge codifica solo il 'portatevelo a casa' o 'lasciatemi tornare dal Padre'

Lucio Marziale

Idee Controcorrente

La legge sul biotestamento ha creato tutto sommato un dibattito ristretto e quasi di circostanza.

Niente a che vedere con gli scontri del passato, pensiamo al divorzio o all’aborto, solo per ricordare momenti in cui realmente la discussione è giunta dentro ogni casa ed ogni famiglia.

 

Avevo 12 anni nel 1974, ma venni comunque coinvolto nella atmosfera di dialettica forte e appassionata, in occasione del referendum proposto dagli integralisti cattolici che puntava alla abrogazione della giovane legge cd “Fortuna-Baslini” che nel dicembre del 1970 aveva introdotto in Italia l’istituto del divorzio.

Ricordo molto bene le prediche nelle Chiese, dove i parroci mettevano in guardia dal divorzio, cui sarebbe seguito l’aborto, e infine l’eutanasia…

Ecco, questa è la parola-chiave: eutanasia.

 

Che è cosa diversa dal biotestamento. Per capirci, il DJ Fabo, anche in presenza di una legge sul biotestamento quale quella recentemente approvata, per esercitare il suo diritto alla interruzione dei trattamenti sanitari, e quindi per poter morire, avrebbe comunque dovuto prendere la via della Svizzera, fondando sull’aiuto decisivo di un Marco Cappato.

La legge sul biotestamento si limita a recepire un diritto già da tempo sancito in via giurisprudenziale, e cioè la libertà di scegliere il limite e il livello delle cure e dei trattamenti sanitari cui il singolo è disposto a prestare il proprio consenso, scrivendolo in uno specifico documento di stampo notarile, tale da non poter essere messo in discussione in futuro e in caso di necessità, ossia di malattia grave nel frattempo intervenuta.

Non si incide sulla vita e sulla morte, ma solo sulle modalità di affrontare uno stato di malattia e sul confine delle cure: in altre parole il singolo può decidere -prima e liberamente – di stabilire il confine fra cura ed accanimento terapeutico.

La legge sul biotestamento ha semplicemente regolato il principio laico del “riportatevelo a casa”, o quello religioso del “lasciatemi ritornare alla Casa del Padre”. Nulla di più.

 

Se non che qualcuno, più avveduto o più diffidente, intravede nel biotestamento l’imbocco di quel sentiero che potrà condurre alla questione che resta centrale e dirimente: la possibilità della scelta di darsi consapevolmente la morte, e darsela in maniera il più possibile indolore ed anzi con la finalità di eliminare il dolore. L’eutanasia, appunto: la buona morte.

 

C’è chi ritiene che dopo essere nati magari per caso, quindi procreati e non concepiti, poi si debba anche morire a caso, sovente fra lancinanti dolori, magari leniti invocando un dio.

E c’è chi invece ritiene che al di là della casualità della nascita -su cui ciascuno di noi nulla ha potuto decidere- si possa, alla fine della propria esistenza, scegliere di uscire di scena senza gettarsi dal decimo piano o senza aspettare di essere liberato da un corpo dolorante e imprigionato in macchinari sempre più tecnicamente perfetti e in grado di dilatare all’infinito respiri e nutrizioni artificiali.

 

La battaglia per il diritto all’eutanasia, dopo il divorzio e l’aborto, per quelli come me resta centralità culturale e politica.

 

 

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