Le rovine della demagogia sono eterne

Guido D'Amico
di GUIDO D’AMICO
Presidente nazionale

Confimpreseitalia

 

 

Caro direttore,

come diceva Charles Peguy, “il trionfo delle demagogie è momentaneo, ma le rovine sono eterne”. Purtroppo viviamo in un momento storico nel quale il populismo la fa da padrone e spesso le analisi, anche e soprattutto a livello locale, tendono a trasformare degli stereotipi in verità rivelate.

La crisi politica ed economica ha radici internazionali e di sistema, ma non c’è dubbio che in Italia la corruzione delle classi dirigenti ha distrutto un patrimonio di valori e di risorse. Però fare di tutta l’erba un fascio non serve a nulla. Il nostro Paese ha anche espresso politici di primo livello, imprenditori illuminati e sindacati che hanno garantito i diritti dei lavoratori.

Ad ogni livello, nazionale e locale.

Condivido l’analisi del segretario provinciale della Cisl Enrico Coppotelli (leggi qui “Il Sindacato non è succube. E non fa scambi”) quando sottolinea: «La criticità più forte è quella della disoccupazione giovanile. Il rischio è condannare una generazione a perdersi e la nostra economia a non diventare davvero innovativa e dinamica. Ma al contempo la disoccupazione dei cinquantenni e sessantenni è un tema che va affrontato con misure straordinarie».

Dobbiamo guardarci in faccia e dire la verità.

Per il rilancio economico del Paese servono misure di portata nazionale ed europea. Misure che possono essere adottate dalla politica nel quadro di una condivisione vera, che veda associazioni di categoria e sindacati allo stesso tavolo. Per proporre.

Quando Barack Obama si insediò alla Casa Bianca, espose chiaramente la sua ricetta economica. Valida ancora oggi, anche per l’Italia, perfino per i territori provinciali. Al primo punto c’era la riduzione delle imposte. Perché il taglio delle tasse serve ad incitare i cittadini a spendere, ad alimentare i consumi.

Poi c’era l’occupazione. Il piano di rilancio dell’economia predisposto dal team dell’allora neopresidente prevedeva il raddoppio della produzione di energia rinnovabile allo scopo di creare 3 milioni di posti di lavoro entro il suo primo biennio. Ma voglio ricordare, in particolare, un passaggio del discorso di Obama. Che disse: “Per anni troppi manager di Wall Street hanno assunto decisioni imprudenti e pericolose, cercando profitti senza preoccuparsi del rischio. Le banche hanno effettuato prestiti senza preoccuparsi se questi potessero essere poi ripagati. I politici hanno speso soldi dei contribuenti senza disciplina. Il risultato è stata una devastante perdita di fiducia nella nostra economia, nei mercati finanziari e nel nostro governo”.

“Siamo arrivati a questo punto – proseguiva Obama – a causa di un’era di profonda irresponsabilità che ha spaziato dai saloni dei consigli di amministrazione alle sale di potere di Washington. Se non agiamo in fretta e con decisione, la nostra economia rischia di perdere mille miliardi di dollari l’anno in minor produzione rispetto al suo potenziale. Per questo chiedo al Congresso di agire con la massima rapidità possibile. Solo il governo può rompere il circolo vizioso creatosi nell’economia e dare una spinta a breve termine. Lavoreremo per modernizzare gli edifici federali, costruiremo strade, ponti e scuole, fornendo le dotazioni tecnologiche necessarie nel ventunesimo secolo. Investiremo nelle nuove tecnologie e nelle energie rinnovabili. Modernizzeremo più del 75% degli edifici pubblici e miglioreremo l’efficienza energetica di due milioni di case americane, consentendo ai consumatori e ai contribuenti di risparmiare“.

Senza un’autocritica severa ma realista non si va da nessuna parte.

Quel discorso è valido ancora oggi. Perché alla fine sono le scelte politiche a fare la differenza. Quelle dell’Unione Europea, del Governo, della Regione, dei Comuni. Ovviamente tenendo presenti le diverse competenze.

Non mi risulta, caro direttore, che siano state adottate politiche per abbassare il carico fiscale o diminuire la burocrazia. Non mi risulta che sia stato avviato un piano di opere pubbliche ad ogni livello. Non mi risulta che sia stata intrapresa una credibile azione di redistribuzione del reddito.

La verità è che quando in questo Paese ci sono state delle relazioni industriali “inclusive”, il lavoro c’era. La verità è che quando associazioni di categoria e sindacati hanno avuto la possibilità di sedersi al tavolo nazionale le cose sono andate meglio. Oggi è saltato tutto ed è troppo comodo puntare l’indice contro i sindacati o gli imprenditori.

Alla fine è sempre la politica che detta la linea, perfino sui territori. Perciò, lasciamo stare la demagogia.

Enrico Coppotelli dice: “II superamento della segmentazione del mercato del lavoro e della precarietà non può passare per un atteggiamento di netta ostilità: alcune forme di lavoro vanno contrastate con decisione qualora si tratti di abusi, ma vanno sostenute e tutelate quando si tratti effettivamente di una nuova articolazione della prestazione dei servizi lavorativi o di strumenti per contrastare la piaga del lavoro nero”.

Mi sembra un bagno di realtà.

Concentriamoci su quello che possiamo fare davvero. Ognuno nel suo piccolo. Ma se ognuno fa il suo, il sistema funziona.

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