I sentimenti affidati ad un click: ma emozionarsi è la cosa migliore (di M.R. Scappaticci)

Affidiamo i sentimenti ad un click. Ma emozionarsi è una delle cose che l’uomo potrebbe riuscire a fare meglio. Probabilmente stiamo andando nel verso sbagliato.

Maria Rita Scappaticci
Maria Rita Scappaticci

Psicologa e blogger

La modernità è cosi all’avanguardia che è riuscita a dare forma a tutto ciò che credevamo sogno o utopia. Macchine veloci, robot dalle sembianze umane, viaggi nell’universo ed emozioni simulate rappresentate da visi da cartone animato che a vederli non avresti saputo rappresentarle meglio.

E così anche i sentimenti passano attraverso un click per una condivisione o una chat istantanea che sostituisce il tuo vissuto. Si parla attraverso segnali ormai divenuti di uso quotidiano, si sorride con le emoticons e si vive aspettando la notifica del nuovo like.
Ma davvero quelle faccine colorate riescono a sostituire i nostri affetti e colmare la nostra sfera affettiva?

Eppure c’è una parte di noi che rimane sempre più spesso vuota ed inespressa.

Le passioni sono sopite e i desideri lasciano spazio alla fantasia di cose che non ci appartengono perché non sono reali, e la loro rincorsa non fa altro che sottolineare il nostro eterno e finto fallimento.

Eppure emozionarsi è una delle cose che l’uomo potrebbe riuscire a fare meglio.

Vivere con partecipazione una conquista, condividere una vera gioia e rincorrere con ardente determinazione un traguardo è la cosa più bella che ci possa capitare perché ci fa sentire vivi in questo mondo di eterna e smisurata virtualità.

Li vediamo crescere i più piccoli sempre meno alla ricerca di quel fremito del cuore e sempre più lontani dal proprio mondo interno tumultuoso che cresce.

E quando si scontrano con la realtà ne fanno brandelli perché si trovano sprovvisti di modi di gestire una scossa che forse non hanno mai avuto il coraggio di provare.

Abbiamo sempre creduto che l’educazione affettiva fosse qualcosa “da femminucce indifese” e che la rigidità di una presenza che proclamasse la sua inflessibilità fosse l’arma vincente. E poi il mondo delle condivisioni virtuali ha fatto sì che tutti avessero un mezzo per esibire un briciolo di felicità o di amore.

Nel frattempo ci si è scordati della realtà. Si è perso di vista che le emozioni fanno parte della nostra identità proprio come i pensieri. E non educarle si rischia la catastrofe delle relazioni umane. Proprio come gli eventi che continuano ad interessare le cronache.
E quando accade che qualcuno compie atti contro la vita umana si invoca la pazzia per dare un senso ai duri attacchi compiuti verso i deboli.

Per sconfiggere i folli non basta additarli e annientarli come fossero virus da cui stare lontani per evitare il contagio.

I gesti di atrocità sono figli della nostra indifferenza verso un mondo civile che abbia un linguaggio reale da vivere.

Gli antisociali, le persone definite cosi perché hanno condotte che vanno contro il genere umano e la società, tra le altre cose che li definiscono tali, hanno tutti un “sintomo” comune e cioè l’incapacità di provare emozioni ed empatia verso l’altro.

Probabilmente stiamo andando nel verso sbagliato e se le notizie di cronaca non bastano a farci rendere conto di ciò, la scienza di sicuro non ci mente.