L’odore del feltro (il Duro del venerdì)

Luciano Duro

Narratore e Sognatore

di LUCIANO DURO

Cilindri di feltro che si srotolano lungo i vicoli dell’isola, invadono le strade come ruscelli d’acqua, acquistano forza e velocità tingendo il selciato e l’asfalto di beige. Uomini, donne e ragazzi, silenziosi, escono dalle case con incedere veloce, ripetendo il rituale di una parata che si svolge da secoli ogni mattina, sempre allo stesso mondo, sempre alla stessa ora, d’inverno o d’estate. Non parlano, si guardano e camminano, rallentare il ritmo è impossibile, la sirena ha gia chiamato a raccolta una prima volta, quando urlerà una seconda volta bisogna essere dentro perché il grande cancello resterà irrimediabilmente chiuso. Poi un’inaspettata folata di vento alza il feltro e coloro che sono in ritardo restano aggrappati ai lembi come in un lunghissimo tappeto volante.

Nel sogno il bambino ride perché le gonne delle donne si allargano lasciando trasparire ampie e comode mutande variopinte, gli uomini sono giocolieri in una giostra impazzita mentre i ragazzi si adagiano sul comodo tappeto di feltro per continuare il sonno interrotto… Il bambino dorme nel suo letto: “Aspetta, c’è ancora tempo per andare a scuola, lasciami dormire ancora un po’, papà è appena rientrato dal turno di notte…” Il letto è una confortevole tana e fuori fa freddo, ha gli occhi aperti e si adagia arrotolato al tepore della sua coperta di feltro, rigida come una cotica di lardo ma piacevolmente calda e dall’odore pungente come il profumo di un fiore appena sbocciato. Non saprebbe dire di quale fiore si tratti ma l’odore è estremamente gradevole, entra dalle narici e percorre tutti i viali del suo corpo.

La mia generazione è cresciuta con l’odore del feltro, quello delle cartiere, non più buono per la produzione ma ottimo per le fredde notti d’inverno. I grandi rotoli venivano tagliati in pezzi e portati a casa dai nostri genitori. Le donne cucivano orli di stoffa colorata e coprivano qualche immancabile macchia con toppe a forma di fiori. Le ragazze in età da marito ornavano quel feltro con pezzi di stoffa, variamente colorati, che erano in casa, perché allora non si buttava niente, e confezionavano una fantasiosa coperta, buona per il corredo matrimoniale.

L’odore del feltro è l’odore della fabbrica, te lo porti sin da piccolo e ti resta cucito addosso per tutta la vita. Studia, diceva mio padre, perché poi da grande potrai occupare un posto migliore del mio. Era una consuetudine, un patto non scritto, tra operaio e padrone, quando il genitore andava in pensione il figlio prendeva il suo posto. Per questo che a tavola si parlava sempre della fabbrica, era quasi un voler preparare il ragazzo ad un futuro già scritto perché il posto di lavoro era la sicurezza per l’avvenire, la possibilità di sposarsi ed avere figli.

Quando incominciai a crescere mi sono sempre ribellato all’idea che per me ci fosse un futuro già scritto, avevo voglia di sperimentare la vita, di cercare la mia strada, di camminare da solo e mio padre non capiva quel figlio pirata, lui abituato a guadagnarsi il pane col duro lavoro, accanto alla macchina continua, sempre uguale, sempre lo stesso, di giorno e di notte, d’inverno e d’estate.

Non ho mai lavorato in fabbrica, sebbene dopo il diploma di perito chimico ne avessi avuto la possibilità, ma una cosa è certa: quell’odore del feltro nelle fredde notti d’inverno mi accompagna da sempre anche adesso che ho 67 anni. E’ il senso di appartenenza ad una storia, il voler essere aggrappato tenacemente ad uno scoglio, come un naufrago dopo che la tempesta ha spazzato via ogni cosa.

Le fabbriche non ci sono più ma c’è tanta voglia di ricostruire, con l’odore del feltro che non ti abbandona, compagno fedele di una vita.

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