Quando Babbo Natale era ‘Gino pronto pronto’

Fausta Dumano

Scrittrice e insegnante detta "Insognata"

Ricordi in bianco e nero di una notte particolare, la notte di Natale.

Da bambina il mio Natale era particolare. Era la notte che sarebbe arrivato lui a portare i giochi. Ah diciamolo, sono stata una bambina fortunata. Le mie letterine con le richieste arrivavano sempre precise: sapeva perfettamente cosa volessi.

Natali sempre movimentati: in direzione Sud, per andare in Sicilia da mia nonna. Crescendo poi la precoce malattia di mia madre, che l’ha scaraventata su una sedia a rotelle, sono state modificate le usanze. E’ allora che è arrivato il Natale arpinate. La mia famiglia viveva in un elegante palazzo a pochi metri dalla casa natale del Cavalier d’Arpino Giuseppe Cesari, il pittore manierista. Sotto il mio palazzo c’era un antico forno, il mio papà lasciava spesso il portone aperto e la scalinata durante la notte diventava riparo di uomini senza fissa dimora, sbandati della notte, che sparivano alle prime luci del giorno.

Il portone aperto di notte è stato oggetto di discussione tra la mia nonna materna, che tra l’altro viveva in un’altra zona sempre ad Arpino, e il mio papà. Era lo scontro di due stili di vita diversi. La mia nonna: simbolo del matriarcato, di famiglia benestante, moglie del podestà del ventennio. Il mio papà: era un aristocratico con il sangue blu, un barone antifascista. Era stata la mia mamma ad unire questi due mondi incompatibili che neanche il Natale univa.

Nel mio immaginario di ragazzina questi personaggi che si rifugiavano nel sottoscala erano come i lupi mannari che la notte si trasformavano per riprendere la forma di uomo con le prime luci del giorno. Da ragazzina dovevo rientrare prima che loro prendessero dimora e così non sapevo chi fossero.

La notte di Natale arrivò il primo permesso: avevo 17 anni… la messa di Natale. Ah, diciamo tutta la verità, non era la messa l’obiettivo dell’uscita notturna, ma il fine giustifica i mezzi. Il fine era la curiosità di capire chi dormisse in quei cartoni e che scompariva la mattina. Chi fosse questo mondo parallelo.

Al tempo non esistevano i cellulari, il mio papà mi consegnò ad Antonio, il fornaio. Era lui che dopo la messa di mezzanotte avrebbe dovuto accendere la luce del portone ed aspettare che fossi arrivata al terzo piano di quel palazzone, al tempo senza ascensore.

Ricordi in bianco e nero… Antonio il fornaio la notte di Natale restava aperto per i dolci. Notte di Natale, ricordi in bianco e nero dei miei 17 anni… In quei cartoni si riparava Gino pronto pronto, il mio Babbo Natale. Aveva una barba bianca, collegava con dei fili delle scatolette di tonno e parlava con l’al di là. Per questo, quelli della mia generazione lo chiamavano Gino pronto pronto. Da bambina, mio padre per via di quella barba mi disse che era Babbo Natale. Che girava senza slitta e senza vestito rosso per non farsi scoprire dai bambini. A lui avevo consegnato di persona una letterina.

Gino pronto pronto era stato, si diceva, in manicomio. Con gli stecchini faceva tanti oggetti: copri accendini, barche… Ricordi in bianco e nero…

Quando abbiamo venduto la casa di Arpino, non vivendo più da anni ad Arpino, ho pensato “Dove andrà a dormire il mio Babbo Natale?” Anche il fornaio intanto era cambiato…

Non ho più incontrato Gino pronto pronto. Ogni tanto mi sembra di scovarlo nei clochard con la barba bianca, a Roma nella notte dei senza fissa dimora. Ricordi in bianco e nero… Quel Babbo Natale dei miei 17 anni mi ha fatto scoprire il mondo dei senza fissa dimora. Ricordi in bianco e nero…

Da grande, con la Scuola di Omero ho pubblicato un racconto fotografico Gli Abbracci Spezzati dedicato ad un clochard. E nell’archivio di Piero Albery, ogni volta che vedo il fornaio, penso a quel Natale, che cambiò i miei confini.

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