Aveva perso il lavoro ma non la dignità (Il Duro del weekend)

Luciano Duro

Narratore e Sognatore

 

Luciano Duro
di LUCIANO DURO
Narratore e Sognatore

 

Li vedevo in estate passeggiare per il corso, sereni, tranquilli: moglie, marito e due bambini, uno molto piccolo, l’altro forse di nove anni.

Non erano ricchi, ma vivevano dignitosamente.

Nessuna ostentazione, ben vestiti, emanavano un profumo di pulizia interiore che si espandeva all’esterno come una luce viva; non avevano nulla da mostrare se non la bellezza di persone oneste che lavoravano ed educavano i figli ai sani principi morali.

Si sedevano spesso al bar in piazza; il bambino più grande correva a giocare con i compagni di scuola, l’altro, troppo incerto per camminare da solo, sedeva sulla sedia tra il papà e la mamma. Consumavano al tavolo, senza eccedere perchè poi c’era il mutuo da pagare per la casa in cooperativa, “il giusto”, i piccoli stessi sembravano esserne consapevoli, nessun capriccio! Era una famiglia felice; pur non conoscendoli, mi fermavo a parlare ed a scherzare con i bambini e loro erano gratificati dalla mia presenza.

Per un lungo periodo non li vidi più, li avevo cercati, con lo sguardo, le sere d’estate; mi piaceva osservarli, con quei due bambini dagli occhi luminosi, ma non li avevo più trovati, quando… la mattina di un martedì, giorno di ricevimento per il pubblico, stanco e fermamente deciso a tornare a casa poiché erano quasi le tre del pomeriggio, qualcuno bussò alla porta del mio ufficio di sindaco.

Un uomo aprì e lentamente venne avanti. Riconobbi subito in lui il padre di quella famiglia che tanto mi aveva colpito nelle serate estive e che non avevo più visto. Feci cenno cordialmente di sedersi e subito mi accorsi che l’espressione del volto non era più quella che avevo conosciuto. Gli occhi lucidi, scavati nel viso, mostravano preoccupazione e stanchezza. Non mi lasciò parlare; fu subito lui a chiedere di chiudere la porta, “ è già chiusa, l’ha chiusa lei” risposi, “no la prego – insistette educatamente – la chiuda a chiave da dentro”. Al momento fui perplesso e non mi alzai dalla sedia. “Ho aspettato che tutti andassero via per salire – continuò – mi vergogno, la prego chiuda la porta dal di dentro”.

Era un bravo uomo; non mostrava segni di squilibrio. Avevo cercato per un anno la sua famiglia senza trovarla ed ora era venuto lui, solo, da me; qualcosa di molto importante voleva dirmi. Mi alzai spedito e chiusi la porta da dentro, senza mostrare timore, così come lui chiedeva. Non feci in tempo a tornare alla mia sedia che l’uomo si sciolse in un pianto dirotto che tardava a frenarsi e gli impediva di parlare: era disperato! “Non sono venuto qui a chiedere l’elemosina,- disse asciugandosi gli occhi – sono quasi due anni che ho perso il lavoro; avevo qualche risparmio da parte e l’ho consumato per andare avanti, non ho più risorse, la prego mi aiuti a trovare un lavoro, qualsiasi esso sia, rivoglio la mia dignità di uomo, di padre e di marito, mi aiuti”.

Cercai di calmarlo. Era un uomo sui cinquant’anni, parlava un italiano corretto che lasciava intravedere una buona cultura ed aveva conoscenza dell’inglese. Continuò a descrivermi i motivi per cui la fabbrica, dove lavorava aveva chiuso, tutto l’iter procedurale, il suo inutile tentativo di cercare una nuova occupazione; mi parlò di sua moglie, aveva preferito che stesse a casa per badare ai figli piccoli, perchè il suo stipendio era sufficiente, anche quello era un lavoro non da poco, disse. Poi sfinito cessò di raccontare. Il suo, oltre che una richiesta di aiuto, era un personale sfogo.

Quel pianto dirompente era il crollo di ogni difesa, il non poter trattenere preoccupazioni troppo a lungo nascoste, ma anche un’espressione di rabbia per una situazione inattesa e mai lontanamente immaginata, chissà le tante volte che aveva pianto in solitudine. Tutto ciò che aveva avuto, quel posto di grande responsabilità e ben remunerato, era frutto del lavoro e della sua professionalità, nulla gli era stato regalato. Quell’azienda era parte della sua vita, era stato assunto subito dopo la laurea, a 23 anni, e l’aveva vista crescere anno dopo anno, poi, in poco tempo, come colpita da un male incurabile, lentamente era deperita fino alla chiusura, senza possibilità di tenerla in vita.

Quando sono stato sindaco non ho mai fatte vaghe promesse, non ho mai illuso nessuno, se non assicurare il mio impegno e quello dei collaboratori a cercare di risolvere qualsiasi problema. Ho sempre messo in evidenza che in un momento di grave crisi economica i problemi di lavoro non sono facilmente risolvibili, almeno nell’immediato; sono stato sempre chiaro con tutti. Alla stessa maniera mi comportai con quell’uomo, non vendetti certezze; sapevo che sarebbe stato difficile se non impossibile, anche perchè aveva superato i cinquant’anni da poco ed in Italia a quell’età, anche se si è ancora giovane ed efficiente, si è fuori dal mondo del lavoro. Devi avere un’altissima professionalità per sperare in un reinserimento.
Mi impegnai; quell’incontro mi aveva fortemente scosso, cercai ovunque ma non fu possibile, non riuscii ad aiutarlo. Conservo ancora il suo numero di telefono, perchè dissi, chiamerò se avrò trovato qualcosa, ma non l’ho più visto. Era un uomo discreto, aveva perso il lavoro ma non il proprio valore morale, la propria onorabilità.

Un mese fa su Facebook ho ricevuto un messaggio privato: Sig. Sindaco, la ringrazio per avermi ascoltato, per la sua umanità e per ever accolto dentro di lei il mio pianto liberatorio…. ho trovato lavoro… all’estero… guadagno bene e mando qualche soldo a casa. La famiglia mi manca… qui non c’è mai il sole… Spero che le cose cambieranno e potrò tornare… Vengo a Natale , ci si può incontrare per un caffè, se le fa piacere”.

Intanto incontro spesso il primo figlio a scuola, è cresciuto e frequenta la seconda media; mi saluta con educazione, è un ragazzetto compito, con il peso di tutti i suoi problemi adolescenziali. Ha un comportamento da adulto, interpreta il responsabile ruolo del primo figlio maschio, in assenza del padre Non sa di quel nostro incontro e credo che sia un segreto custodito solo da noi due.

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