Domenico, ragazzo della via Paal

Luciano Duro

Narratore e Sognatore

Luciano Duro
di LUCIANO DURO
Narratore e Sognatore

 

I cavalli arrivavano ogni sabato trainando carri pieni di frutta, verdura e ortaggi. Venivano dalle campagne di Pontecorvo per il mercato della domenica, in fila, con alle spalle il rosso del tramonto, quasi come in uno dei tanti paesaggi western che avevamo visto nelle affollate serate al “Pidocchietto”.

I bambini erano ad aspettare, già un’ora prima, con trepidazione, guardando il fondo della strada, fino a quando da dietro il curvone non appariva con incedere lento il primo carretto.

Ognuno aveva da tempo scelto il proprio cavallo ed aiutava il proprietario ad accudirlo nella sosta a Piazzale Trito. Era un evento eccezionale, di un’epica magia che si svolgeva nei periodi estivi. Ricordo ancora l’odore del fieno e le lampade appese al carro, in un bivacco tra gli speroni delle case sventrate dalla guerra.

Gli uomini della carovana avevano nella fantasia del bambino i volti degli eroi del West. Si riunivano intorno al fuoco, parlavano con l’animale, dormivano sotto le stelle e temevano il diavolo assai meno dell’agente del Dazio.
Era il 1957; avevo nove anni allora ed ero la pistola più veloce del quartiere.

Domenico aveva ben altro a cui pensare e guardava lontano, troppo lontano per gli occhi di un bambino; la mattina presto lo potevi trovare al mercato a sorvegliare, in cambio di qualche mela, le ceste di frutta, il pomeriggio lungo il fiume a recuperare ferro vecchio da rivendere a poche lire.

Sebbene fosse appena un ragazzo aveva il comportamento da uomo ed imitava l’andatura ed il parlare dei giovani operai. Alto, robusto una testa piena di riccioli castani, aveva occhi da rana ed una risata fragorosa che usciva dalla bocca larga, con una dentatura forte e regolare. La scuola era per Domenico una fastidiosa imposizione e non la frequentava spesso.

Partì per il Canada a vent’anni e per molto tempo non tornò. Lo rividi una sera d’estate sul ponte; non lo riconobbi subito, fu lui a chiamarmi. Mi raccontò che era stato macellaio come suo padre, ma adesso era in pensione, aveva una moglie americana e tre figli. Parlava lentamente, con una voce flebile e le parole sembravano uscire da un angolo della bocca che teneva quasi chiusa. Era triste e non mi guardava mentre io cercavo di rivedere in lui i tratti del ragazzo che avevo conosciuto. Poi improvvisamente si voltò: “mia moglie ed i miei figli non conoscono il mio paese. Io, invece, ho conosciuto il Canada, gli ho regalato trentacinque anni di duro lavoro”.

Nelle sere d’inverno penso spesso a Domenico, prigioniero in casa perché fuori c’è la neve e fa freddo, tra figli che parlano una lingua che fa fatica a capire.

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