Il vuoto dentro (il Duro del weekend)

Luciano Duro

Narratore e Sognatore

Luciano Duro
di LUCIANO DURO
Narratore e Sognatore

 

Era uno di noi, con i tanti dubbi di una generazione che aveva vissuto il ’68 e la speranza del cambiamento nel cuore. Avevamo nutrito, accarezzato sogni che sembravano realtà. Poi gli anni di piombo e il terrorismo avevano portato via aspettative ed illusioni, come un vento impetuoso che travolge ogni cosa.

Si discuteva, spesso animatamente, ci sentivamo incompleti, con un vuoto dentro che l’impegno politico non riusciva più a colmare. La mia generazione era così, allora. Negli anni alcuni si sono rialzati spendendosi nel sociale con prodigalità, altri hanno continuato ad impegnarsi in politica, correggendo il tiro iniziale, taluni hanno terminato gli studi e si sono realizzati nella professione, altri ancora, dall’alto del salotto buono, spargono saggezza, senza minimamente incidere nel tessuto sociale.

Lui, l’amico di sempre, al quale volevamo bene, era rimasto con quel vuoto dentro che nessun processo interiore, riusciva a riempire. Ci sono individui che cercano continuamente, che scavano nel profondo, alla ricerca di strade che conducano alla felicità, che diano un senso alla vita, ma spesso non trovano e continuano a esplorare senza mai fermarsi. Quando queste difficoltà si presentano, si perdono e cercano sostegni per sorreggersi a chi possa accompagnarli fuori dal labirinto, da loro stessi costruito. Questo stava accadendo al nostro amico.

Non saprei come giunse a frequentare quell’Ashram a Roma, luogo di meditazione nella tradizione indiana, dove si ritrovava una comunità guidata da un maestro spirituale che conduceva per mano lungo le vie della conoscenza. Per qualche tempo visse a Londra, andai a cercarlo in un gruppo squatter che aveva occupato una grande villa e viveva come una comunità hippy, intrisa di misticismo. Recitavano il sacro Om e, in circolo, fumavano hashish dal narghilé in un rito collettivo. Non lo trovai, mi riferirono che si era già trasferito in Olanda con la ragazza di allora.

Fu probabilmente in quel posto che conobbe i seguaci di Sai Baba, un predicatore indiano, un “saggio illuminato” che a detta dei suoi adepti compiva miracoli. Volle andare in India, nel piccolo villaggio di Puttaparthi, per incontralo, quando tornò sembrava aver trovato ciò che per molto tempo aveva cercato.

Noi mostravamo un chiaro scetticismo, lo prendevamo in giro, ma lui era luminoso, sereno ed entusiasta ed io stesso mi rallegravo nel vederlo finalmente felice. Programmò altri viaggi per incontrare Sai Baba e fece anche qualche proselite. Era pura illusione come prendere un pugno di sabbia e stringerlo forte, più forte stringi, più la sabbia si perde, credi di averla tra le mani, guardi e non c’è nulla.

Un giorno venne a casa, come spesso faceva, ci riferì di aver trovato finalmente la sua strada e di voler intraprendere quel percorso di maturazione individuale. Era andato in una piccola cappella, dove aveva incontrato una donna e tenuto in braccio il bambino Gesù che si muoveva come fosse vero, in carne ed ossa, aveva anche dedotto che Sai Baba era la reincarnazione del diavolo in terra.

Le sue visite da noi si diradarono nel tempo, lo vedevamo poco, si recava, ogni giorno, in quella piccola chiesa, fino ad interrompere ogni contatto. L’ho incontrato la scorsa estate a pranzo con amici, non era quello che conoscevo, aveva lo sguardo spento, le parole erano vuote e di circostanza, la sua era un’aria di sfida quasi a provocare una discussione che nessuno di noi aveva intenzione di intraprendere.

Sono passati tanti anni, forse trenta, lui è oggi una sorta di “ministro” di quella chiesa.

Non saprei se abbia riempito quel vuoto che l’angosciava, è mia opinione che stia vivendo un lungo sonno, come narcotizzato.

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