Le cento vite di Diego Armando, il bambino infinito

Tutto quello che Maradona è stato per un mondo che lo piange e lo rimpiange. Anche per la sua incapacità a rassegnarsi ai suoi limiti umani.

Franco Ducato
Franco Ducato

Conte del Piglio (ma non) in Purezza

Umberto eco diceva: «Chi non legge, a 70 anni avrà vissuto una sola vita: la propria! Chi legge avrà vissuto 5000 anni. C’era quando Caino uccise Abele, quando Renzo sposò Lucia, quando Leopardi ammirava l’infinito… Perché la lettura è una immortalità all’indietro». Non so quanti libri abbia letto Diego Maradona. So però che ha vissuto un numero spropositato di vite.

È stato il bambino timido, che a 10 anni intratteneva gli spettatori di uno stadio argentino durante l’intervallo di una partita. E che bisognava bloccare dopo un quarto d’ora di palleggi ininterrotti. È stato, prima di Messi, la guida del Barcellona. E sacrificandogli anche una caviglia, frantumata da un intervento assassino di Andoni Goikoetxea, meglio noto come «il macellaio di Bilbao».

Da Che alla “Mano de Dios”

Maradona ai tempi del Napoli

È stato un Che Guevara ante litteram quando, nell’estate del 1984, si è ribellato ai blaugrana ispanici per inseguire il sogno di una città che voleva, per una volta, realizzare i propri sogni.

È stato capace di vincere, letteralmente, un mondiale a solo, mettendo assieme in una sola partita, contro l’Inghilterra, il furto della mano di Dio ed il gol del secolo, con gli inglesi ridotti a birilli da saltare.

Ed è stato l’alfiere di una città che si è riconosciuta in lui, nelle sue miserie come nelle sue grandezze. E dalla quale Diego si è fatto divorare prima l’anima e poi il corpo, finendo schiavo dei suoi vizi e della sua debolezza. Ci ha mandati a quel paese in diretta ai mondiali del 1990.

Gli è stata risparmiata la saggezza

Non si è mai rassegnato a rispettare quei limiti che aveva, ma che non riconosceva, e che non gli facevano paura. Ha amato, mangiato vissuto, scopato, sempre troppo per un essere umano normale. Un così non può invecchiare.

Magari non a 33 anni, o a 25 come James Dean; ma uno così non te lo immagini vecchio saggio. Forse per questo non ha mai davvero amato il suo grande rivale nella gara al più bravo di sempre, Pelè.

Forse per questo non ha mai davvero stimato Messi, al quale riconosceva, forse, il talento, ma non il coraggio di andare contro tutti, quello che lui ha sempre avuto.

In fondo, come ha detto Emanuela Audisio penna immensa di repubblica, è stato un bambino infinito. Che ora gioca per sempre nello stadio più grande che c’è.