La lotta per l’eredità del Segretario ancora vivo

Il dibattito aperto nel Pd sull'eredità di Simone Costanzo. Che però è ancora in carica, non si è dimesso, nessuno ne ha chiesto le dimissioni. Intanto Marino Fardelli...

Stanno discutendo dell’eredità. A chi tocchi la parte più grossa ed a chi le altre meno importanti. C’è pure chi ipotizza un accordo con cui evitare discussioni. Ma la camera ardente del Pd è vuota, nessun cadavere politico è stato ancora composto per il sepolcro.

Simone Costanzo è ancora segretario provinciale del Partito Democratico. Acciaccato ma in salute. Non si è dimesso, non è stato sfiduciato. Si è sospeso insieme alla sua vice Sara Battisti perché entrambi candidati alle scorse Regionali: ora che le elezioni sono passate deve decidere cosa fare.

Ma nonostante sia ancora politicamente vivo, tra i Dem è partita la discussione per la successione: il ‘reggente’ Domenico Alfieri ha fretta (leggi qui Contropiede Alfieri: «Il Pd ha bisogno di un Segretario») gli altri un po’ meno (leggi qui E Sara tira il freno di Alfieri: «Troppa fretta di diventare Segretario Pd»).

 

 

GLI ALTRI EREDI

Anche perché il suo ruolo potrebbe essere ancora importante. C’è un’altra eredita che deve essere assegnata. È quella del senatore Francesco Scalia che dopo il risultato elettorale ha annunciato il suo ritiro dalla politica attiva ed il ritorno alla professione di avvocato.

Le indiscrezioni assicurano che gli eredi si sono incontrati. Nessuno  è in grado di dire  se si siano visti tutti insieme oppure uno alla volta. Ma che ci sia stato un incontro è sicuro. Marino Fardelli ha parlato con Simone Costanzo e con Antonio Pompeo. E dal confronto è emerso che nessuno intende smobilitare la componente, né frantumarla.

Sono stati delineati gli scenari. Tutti partono dall’analisi del risultato ottenuto il 4 marzo. E dicono che i tempi della contrapposizione devono essere superati. Mantenendo le diverse identità delle componenti ma riconoscendosi tutte nell’identità nel Partito.

La traduzione è: basta guerre interne perché l’elettorato non le accetta più, meglio il dialogo, serrato quanto si vuole. Ma con una sintesi finale. Cercando di aggregare le aree di Centro rimaste isolate: come quella del ministro Beatrice Lorenzin, che in provincia di Frosinone significa il consistente pacchetto di voti espressi da Massimiliano Mignanelli.

 

LE FRATTURE DA SALDARE

All’atto pratico, l’ipotesi è quella di arrivare ad una sintesi politica unitaria. Evitando ulteriori guerre intestine. Scegliendo insieme il prossimo Segretario Provinciale, se sarà possibile. Agevolando in ogni modo la ricomposizione delle lacerazioni: prima tra tutte quella che a Cassino vede il Pd spaccato in due gruppi all’interno dell’aula consiliare.

Nei giorni scorsi c’è stato per la prima volta un vertice tra tutti i consiglieri d’opposizione. Ed in quell’occasione le due anime del Pd si sono parlate. Si va verso un Coordinamento dell’opposizione a Carlo Maria D’Alessandro, primo passo per arrivare alla fusione dei due gruppi consiliari.

Gli sherpa si sono già portati avanti con il lavoro. E prevedono che per il prossimo autunno si possa arrivare al Gruppo Pd unificato in Consiglio. Tra gli angoli da smussare c’è quello sul nome del Capogruppo: una proposta prevede la rotazione ogni sei mesi, un’altra prevede la consacrazione di un leader.

La soluzione passa attraverso il riequilibrio provinciale. Senza fretta. perché Simone Costanzo non è ancora politicamente morto, non si è dimesso, nessuno ne ha chiesto la testa.

A nessuno, in questa fase, conviene.

 

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