Il tradito immaginario (di Franco Fiorito)

L'analisi di Franco Fiorito sulle elezioni provinciali appena concluse. Il tradimento? Non esiste. Al massimo, i traditi sono gli amministratori locali, traditi da chi per anni li ha abbandonati, trascurati, spesso ingannati e presi in giro. Salvo poi pretenderne il voto.

Franco Fiorito
Franco Fiorito

Ulisse della Politica

Io continuo a professarmi uomo di destra: ma la mia destra non ha niente a che fare con quella patacca di destra che ci governa”.

Sarebbe bastato rileggere questa frase di Montanelli per dare una chiave di lettura originale alle attuali elezioni provinciali.

Mai come questa volta infatti ho trovato superficiale e fuorviante gran parte delle analisi politiche che ho letto, riguardo le elezioni provinciali appena svolte. In particolare quelle dei diretti protagonisti.

Un grande errore di impostazione le ha condizionate. Quello di guardare i recenti fatti politici con la prospettiva dei Partiti e non con gli occhi e le sensazioni degli amministratori che le hanno determinate.

Questi infatti, per una serie di motivi che analizzeremo, sono molto più distanti dai Partiti e meno inclini a seguirne apoditticamente le indicazioni. Le quali, sempre più spesso, non sono mai stati chiamati a condividere.

Non è un caso infatti che la stragrande maggioranza dei grandi elettori appartenga non a Partiti ma a liste e movimenti civici. Non solo nelle fasce più piccole, dove il fenomeno sarebbe fisiologico, ma anche in gran numero nelle fasce maggiori, dove i rappresentanti ufficiali dei partiti sono in evidente minoranza numerica.

Da qui notevoli discrasie politiche da cui sono discese fior fiore di teorie esplicatorie che spaziavano da quella dell’ “autoattribuzione egotistica” a quella del “tradimento assolutorio” e così via.

Il primo dato con cui non concordo è infatti l’entusiastica rivendicazione di una vittoria “politica” da parte dei maggiorenti del PD. Le dichiarazioni dei loro dirigenti contrastano completamente con un’analisi attenta dei dati che vede, nelle fasce minori, tradizionalmente appannaggio del Partito di sinistra, una risicata vittoria. Al contrario delle precedenti tornate elettorali, in cui ben più corposa fu l’affermazione della sinistra.

Certo il candidato presidente, espressione del Partito Democratico, intesta a questi una vittoria che, a ben vedere però, è più una affermazione personale che strettamente partitica.

Una vittoria così con un candidato diverso dal presidente Pompeo difficilmente si sarebbe raggiunta. Le doti di moderazione, educazione, pacatezza e dedizione all’attività amministrativa, anche fuori dalle logiche di Partito, hanno esercitato un ruolo di forte benevolenza nei confronti dell’eletto presidente, tanto che si può affermare, con certezza, che con un candidato delle diverse caratteristiche non si sarebbe ottenuto lo stesso risultato.

Infatti soprattutto analizzando le fasce di maggiore peso nel voto ponderato, come la verde e rossa, è evidente che Magna pars della recente vittoria non arrivi da settori storicamente del centro sinistra ma dall’avere ricevuto voti anche da amministratori di credo politico differente.

Non vi è dubbio infatti che proprio questi settori elettorali abbiano determinato il gap necessario alla vittoria, facendo inopinatamente urlare al tradimento diversi Partiti tradizionali del centrodestra. Instaurando un equivoco fondante che è alla base delle superficiali dichiarazioni proposte in questi giorni.

Difatti ad una semplice analisi ci si rende conto facilmente che la stragrande maggioranza degli amministratori che fanno parte di queste fasce elettorali non siano ufficialmente iscritti a dei Partiti, ma in grande parte espressione di liste civiche e movimenti che, se pur considerati di “area”, non appartengono strettamente al novero dei Partiti.

L’equivoco palese appena descritto ha portato al sillogismo secondo il quale indistintamente l’amministratore di un’area politica, in questo caso il centro destra, avrebbe dovuto votare il candidato imposto dalle nomenclature senza fiatare, apoditticamente. Senza essere stato coinvolto nella scelta, senza essere stato interpellato per il programma, senza aver chiesto il suo contributo di esperienze amministrative, in molti dei casi senza nemmeno avere ricevuto una telefonata di cortesia, una semplice richiesta di sostegno.

E tutta questa schiera di grandi elettori esattamente chi avrebbe tradito? Un Partito a cui non appartiene? Un area politica in cui si riconosce nei valori ma spesso non nelle persone? Un gruppo dirigente autoreferenziale che li contatta semmai solo per il voto?

In realtà non hanno tradito nessuno. È un alibi infantile. Un tradimento immaginario. Quasi alla maniera di Molière.

Forse il tradimento lo hanno ricevuto loro, gli amministratori locali, da chi per anni li ha abbandonati, trascurati, spesso ingannati e presi in giro. Salvo poi pretenderne il voto.

Ed alla prima occasione hanno dato un segnale. Forte e chiaro.

Riferendomi all’incipit, con questo metro di giudizio qualche solone ciociaro avrebbe dato del traditore anche a Montanelli.

Nessun tradimento allora. Ma una scelta ben precisa. Una scelta ben precisa.

E qui arriviamo al nucleo fondante di questa analisi. La casualità. O meglio la sua assenza. Perchè chi pensa di confinare uno spostamento così chiaro esteso ed incisivo di migliaia di voti ponderati a mera casualità sbaglia.

Chi lo iscrive nei canoni di vendetta o reazione è nel giusto solo parzialmente.

Potrebbe cogliere nel segno invece chi intravede in questa elezione i prodromi di un possibile progetto, casuale o meno, che fa prendere consapevolezza a tutte quelle realtà che quotidianamente lavorano sul territorio, gli amministratori, della propria forza, anche al di fuori dei diktat di Partito.

Una forza che se incanalata in un serio progetto politico diventerebbe incisiva e dirompente al pari, se non di più, di molti partiti che oggi conservano solo grandi scheletri e pochi contenuti. Unitamente a dirigenti inclini alla sconfitta ed all’autoconservazione eterna.

Se coloro che hanno determinato col loro voto oggi l’elezione di un presidente piuttosto che un altro prendessero consapevolezza della propria forza, organizzandola, dandole un progetto degno di questo nome, diventerebbero un avversario temibile per chiunque.

Non dico eliminando i partiti ma di certo sostituendoli, anche temporaneamente, dalle loro inerzie, dalla mancanza di meritocrazia e di una qualsivoglia anche semplice possibilita di emergere, di dimostrare il proprio valore.

Quel valore che molti amministratori hanno già mostrato raccogliendo i consensi che li hanno fatti eleggere nelle proprie città e molto spesso governando o opponendosi a seconda dei ruoli con coraggio e dedizione.

Insomma un effetto “sveglia”. Per riconquistare rispetto e spazio politico. Per dare uno scossone al torpore ed all’inefficienza generalizzata del panorama politico attuale. Ma soprattutto per fare un test di vitalità ai Partiti tradizionali per vedere se l’effetto shock funziona. E magari li rivitalizza. Attraverso una sana e salutare competizione o se ne determina la definitiva consunzione.

Parafrasando Flaiano, per capire se davvero “la situazione è grave ma non è seria”.