I migranti siamo noi

Non esportiamo più braccia ma cervelli, intelligenze, preparazione: i nostri giovani preferiscono realizzarsi in posti diversi da questi. Un fenomeno che impoverisce culturalmente. ma anche economicamente. E frena la crescita.

Non più soltanto «migrazione intellettuale» dopo la laurea. Ora il fenomeno è un altro. Potremmo definirlo anticipatorio nei flussi migratori: è quanto si legge in un’analisi dell’associazione Svimez pubblicata sul Corriere della Sera.

Segnala l’associazione:

“Il consistente trasferimento di un numero crescente di giovani meridionali che vanno a studiare in università localizzate nelle regioni centro-settentrionali. L’obiettivo è quello di avvicinarsi ai mercati del lavoro che vengono ritenuti maggiormente in grado di assorbire capitale umano ad alta formazione. È evidente che la perdita di una quota così rilevante di giovani ha, già di per sé, un effetto sfavorevole sull’offerta formativa delle università meridionali. Ben più gravi, tuttavia, sono le conseguenze sfavorevoli che derivano dalla circostanza che, alla fine del periodo di studio, la parte prevalente degli studenti emigrati non ritorna nelle regioni di origine, indebolendo le potenzialità di sviluppo dell’area attraverso il depauperamento del cosiddetto capitale umano, uno degli asset più importanti nell’attuale contesto”.

 

Nell’anno accademico 2016/2017 i meridionali iscritti all’Università sono complessivamente 685 mila circa, di questi il 25,6%, pari a 175 mila unità, studia in un ateneo del Centro-Nord.

La quota di giovani residenti nelle regioni del Centro-Nord che frequenta un’Università del Mezzogiorno è appena dell’1,9%, pari a 18 mila studenti. Ne deriva, quindi, un saldo migratorio netto universitario pari a circa 157.000 unità.

Un fenomeno che tocca anche il nostro territorio, seppure in maniera minore considerando la presenza dell’Ateneo di Cassino e delle Università di Roma. Ma la sostanza del discorso non cambia.

Ma soprattutto non riguarda soltanto i laureati, ma anche chi va via per trovare un lavoro che dalle nostre parti è diventato un miraggio.

L’emigrazione però produce dei danni enormi sui territori: con la fuga di fasce di popolazione, specialmente giovani, diminuiscono i consumi. C’è meno gente che paga le tasse, meno gente che acquista una casa e contrae un mutuo, meno gente che fa figli, meno gente che produce sul posto.

È una lenta agonia. In questi giorni l’Italia è impegnata in un braccio di ferro fortissimo con l’Europa sul tema dell’immigrazione. Senza voler paragonare i due fenomeni, però, con proporzioni ridotte e prospettive diverse, c’è una parte del Paese che si sta spostando. Al nord o all’estero.

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