La democrazia ai tempi dell’Euro

La democrazia ai tempi dell'Euro: luoghi comuni, propaganda, furbate e... debito pubblico insostenibile. Cosa è accaduto ieri e cosa dobbiamo aspettarci per l'immediato futuro

L’Italia è un paese a sovranità limitata? Ma ha senso votare ancora? Sono soltanto due delle considerazioni che abbiamo sentito in queste ore convulse. Il tema vero è il rapporto tra il concetto di democrazia e alcuni vincoli economici e finanziari, che poi si sostanziano nell’impossibilità del Paese di uscire dall’euro. Oltre che nel rispetto dei patti che i vari governi italiani hanno firmato.

Non ce li hanno imposti, li abbiamo firmati.

 

Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella aveva chiesto di cambiare un ministro, quello dell’economia, il professor Paolo Savona. Motivo: le sue idee sulla moneta unica. Non deve essere stato facile per il Capo dello Stato assumere una decisione del genere, ma alla fine ha esercitato le sue prerogative previste dalla Costituzione, prerogative di un organo monocratico che ha funzioni di garanzia e di controllo.

Il riferimento alla necessità di tutelare i risparmi degli italiani è una di queste funzioni. Parlare di Colpo di Stato e di alto tradimento è ridicolo e grottesco e dimostra l’immaturità della nostra classe politica.

 

Ci sarebbe da discutere anche sul fatto che il nome in alternativa a Paolo Savona era quello di un mostro sacro, Giancarlo Giorgetti, numero due di Matteo Salvini, eminenza grigia del Carroccio e molto competente in economia.

Il fatto che Salvini abbia mantenuto il punto fa riflettere. Non è che il nome di Savona sia stato fatto e tenuto in gioco fino all’ultimo proprio per rompere? La Lega vola nei sondaggi e ha l’imbarazzo della scelta. Tornare nel centrodestra e arrivare oltre il 40% per avere una maggioranza autonoma in Parlamento oppure allearsi stabilmente con i Cinque Stelle, sfondare quota 60% e prendersi il Paese per i prossimi venti anni.

Avendo numeri “bulgari” con i quali si può fare cosa: dai referendum costituzionali alla messa in stato di accusa del Capo dello Stato. Perfino riformare la Costituzione.

 

Un governo dei populisti, quello Lega-Cinque Stelle, che spaventa le cancellerie europee. Non perché l’Italia sia Calimero, non perché ci sia un complotto, ma semplicemente perché i livelli di debito pubblico dell’Italia sono tali da non permettere voli pindarici o avventure “esotiche”. (leggi qui La particella ‘sgarrupativa’ del discorso di Matteo Salvini)

I mercati e le agenzie di rating non sono la Spectre, semplicemente valutano gli effetti economici e finanziari. Il rigore imposto al nostro Paese in questi decenni è per un debito pubblico accumulato dalle classi dirigenti dei decenni passati, un debito pubblico proibitivo che pesa come un macigno sulle spalle delle future generazioni.

Certi vincoli sono resi necessari per evitare il default del Paese, l’effetto Grecia, quello che abbiamo visto con l’assalto ai bancomat e tutto il resto.

La Germania e la Francia non hanno i nostri livelli di debito pubblico e possono contare su un’economia che è cresciuta a livelli maggiori della nostra. Poi, che certi luoghi comuni siano semplicemente inaccettabili, è un altro discorso.

 

Sì, siamo sotto osservazione. Ma lo siamo per i guai che tanti precedenti governi hanno combinato. Lo siamo per la corruzione delle nostre classi dirigenti che hanno segnato un passato chiamato Tangentopoli, mandando fuori controllo il debito pubblico.

Cinque Stelle e Lega chiedevano il governo del cambiamento. Sicuro che doveva saltare tutto per un ministro? Il presidente della Repubblica avrà il diritto (lo ha) di chiedere un cambio, visto che alla fine c’è la sua firma in calce alla nomina dei ministri. Ce l’ha.

Il professor Paolo Savona aveva un modo per consentire la nascita del governo: fare lui un passo indietro, dichiarare lui la sua indisponibilità. Ma chi vorrebbe fare il ministro dopo che si è scatenato un conflitto istituzionale tra poteri dello Stato senza precedenti nella vita della Repubblica? C’è anche questo punto.

 

Il voto del popolo sovrano è l’elemento più importante della nostra democrazia. Ma la legge elettorale, il Rosatellum, è fatto apposta per rendere impossibile un governo del Paese. E cosa è successo. I Cinque Stelle, pur al 32%, non possono governare da soli. La Lega si è presentata in coalizione con Forza Italia, Fratelli d’Italia e Noi con l’Italia. Poi ha effettuato lo strappo per andare a trattare con Luigi Di Maio. Un sistema ibrido, per due terzi proporzionale e per un terzo maggioritario, un sistema che nessun altro Paese occidentale ha.

Il popolo sovrano ha votato, ma alla fine la nostra resta una democrazia parlamentare e rappresentativa. Significa che gli accordi li fanno le forze politiche e quelle italiane sono perennemente in guerra.

 

La politica italiana è debole, ipocrita e opportunista. Silvio Berlusconi difende l’euro e dialoga con la Merkel, Matteo Salvini è andato alla rottura con il Quirinale per difendere la nomina di un ministro antieuro e anti-Europa. Se i due torneranno insieme, quale credibilità politica avranno?

I Cinque Stelle in questi 85 giorni hanno provato di tutto, oscillando tra un accordo con il Pd e uno con la Lega. Rimangiandosi molti dei loro punti fermi. Adesso che campagna elettorale faranno: con la Lega, da soli, con l’orizzonte di un’alleanza a sinistra? Con Luigi Di Maio o con Alessandro Di Battista al timone? 

 

E il Partito Democratico? Matteo Renzi si avvierà all’ennesima sconfitta oppure cercherà di metterci una toppa, magari indicando Paolo Gentiloni come candidato premier?

Intanto però l’incarico di formare il governo andrà a Carlo Cottarelli. Sarà bocciato dalle Camere? Resterà comunque in carica per appuntamenti importanti: la Finanziaria, vari provvedimenti economici da far tremare i polsi, vertici internazionali, centinaia di nomine di enti pubblici, banche e via di questo passo.

Quando si voterà? Ad ottobre forse, ma magari si arriverà a dicembre. E che facciamo andiamo alle urne a Natale? Meglio rinviare di qualche mese allora. La realtà è che non ci sono certezze.

 

Alla fine però il concetto è quello della democrazia rappresentativa. Non è prendendo tanti voti che si diventa legibus solutus. Non è prendendo tanti voti che si abbattono le istituzioni democratiche e la Costituzione. E non è arrivando primi e terzi (come Cinque Stelle e Lega) che si può pretendere di trasformare il Capo dello Stato in un passacarte che deve soltanto firmare senza fiatare. Non funziona così. Siamo nel pieno di una crisi istituzionale gravissima, dalla quale non sarà semplice uscire.

Senso di responsabilità vorrebbe che tutti i Partiti assumessero l’impegno di modificare la legge elettorale, magari ispirandosi a quella francese o a quella per i nostri sindaci. Per dare garanzie vere di governabilità.

Ha ragione Luciano Fontana, direttore del Corriere della Sera. L’Italia è un Paese senza leader.

 

Un’ultima considerazione: se Lega e Cinque Stelle volevano uscire dall’euro, perché non lo hanno scritto esplicitamente nel contratto di governo? Perché hanno cambiato quel documento decine di volte? Perché sono andati molte volte al Quirinale quando sapevano che il nome di Savona non sarebbe passato?

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