Turow, l’inventore del legal thriller sogna tra i monti di Alvito

Questa sera alle 21 Scott Turow ad Alvito, nel teatro ducale. L'inventore del legal thriller: «I miei maestri sono Bellow, ebreo come me, Greene e Dickens»

Vittorio Macioce

Il Giornale - Caporedattore

Si può passare una vita in fuga da se stessi, non per qualche colpa da espiare, non per farsi dimenticare, neppure per paura o per ignavia, ma magari per noia, per non lasciarsi ingabbiare da un solo destino, perché ci sono uomini per cui davvero una sola vita non basta.

Scott Turow ha quasi settant’anni e assomiglia sempre di più ai suoi personaggi. Non ha certezze, non scommette su verità assolute, i suoi occhi brillano ogni volta che scorge qualcosa che lo può ancora sorprendere, cerca prove non per assolvere o condannare ma per svelare un altro pezzo di umanità. L’uomo che ha inventato il legal thriller ti svela tre maestri a cui ha rubato il mestiere. «Il primo è Saul Bellow, perché è di Chicago come me, perché è ebreo come me e perché andava al liceo con mio padre. I suoi romanzi mi hanno aiutato a capire mio padre. Il secondo è Graham Greene, scoperto a Stanford ai tempi dell’università e mi ha insegnato a tessere e intrecciare la trama. Il terzo è Charles Dickens e invecchiando riconosco sempre di più la meraviglia della sua scrittura, dove ogni parola è utile, necessaria e essenziale».

Turow potrebbe incarnare quel pezzo di America che sta intorno a Chicago, il Middle West, ma da qualche parte nella sua testa c’è sempre la tentazione di scantonare, cercando una patria perduta che da quelle parti ricorda vagamente l’Europa, per poi rassegnarsi a tornare a casa. A Chicago non si può vivere senza un orologio, perché lì il tempo è una tabella di marcia e il metodo è uno stile di vita. È un posto dove ti danno appuntamento per la prima colazione di lavoro alle sette del mattino e alle sette e cinque sei considerato in ritardo, dove si pranza a mezzogiorno e si cena alle sei e mezza. A Chicago i soldi sanno di roba e sostanza e non seguono gli algoritmi della finanza. Solo che Turow ha imparato che la vita non è fatta di certezze e non è tutta in bianco e nero e allora questa volta per raccontare l’uomo ti porta, con La testimonianza (Mondadori), nel Vecchio continente, dove una corte nata per condannare i diritti contro l’umanità si illude di decrittare la verità nelle strade dei Balcani dove ogni lupo è lupo all’uomo, in quell’ultimo inverno del Novecento quando ci si è sgozzati con la scusa della patria e della religione. Qui non ci sono certezze. Qui c’è un magistrato, che a metà della sua vita ha messo in discussione lavoro, amori, abitudini, sogni, e qualsiasi idea sul bene e sul male. Qui ci sono donne che usano la seduzione per colpirti alle spalle. «Non mi fido delle donne? Dipende. Nella mia vita dopo il fallimento del mio primo matrimonio sono rimasto da solo per una decina di anni. Non voglio assolutamente sembrare misogino ma per troppo tempo sono uscito con un campionario di donne una più pazza dell’altra. Mi è capitato di incontrare signore che non solo non erano quelle giuste ma non erano neppure quello che sostenevano di essere. Forse è per questo che ogni tanto nelle mie storie capitano personaggi femminili con un certo grado di ambiguità».

Qui c’è un genocidio con troppi colpevoli, c’è un testimone di cui è difficile fidarsi e sembra confermare tutti gli stereotipi negativi della sua etnia. «Mi incuriosiscono i rom, perché per uno di Chicago non è facile interpretare la loro visione del mondo. Tanti anni fa avevo un parente in ospedale e spesso lo andavo a trovare. Una volta, durante una di queste visite, mi trovo davanti uno spettacolo sorprendente. Infermiere che sbarrano porte, confusione ovunque, gente che parla ad alta voce e si muove avanti e indietro. Non riuscivo a capire che cosa stesse accadendo, alla fine vado in portineria e mi rendo conto che c’era un cazzeggio di zingari. Erano tutti lì perché avevano scoperto che il loro re era in agonia. Ma insieme al loro re stavano sparendo anche un po’ di portafogli e oggetti più o meno preziosi dalle camere da letto degli altri pazienti. Mi sono chiesto allora come mai fossero così autodistruttivi, tanto da adottare un comportamento controproducente. Hai il tuo re che sta morendo, come ti viene in mente di andare nel posto dove lo stanno curando a portare via le cose? Perché farsi odiare da tutte le persone che stanno in ospedale? È chiaro che c’è una visione del mondo completamente agli antipodi della mia e da qui nasce la mia curiosità per un popolo diverso, che per secoli soprattutto in Europa è stato violato e oppresso. Forse per questo hanno esacerbato il loro individualismo, alcuni in bene, altri hanno virato verso comportamenti che finiscono per attirare l’odio degli altri. Sono perfettamente conscio da ebreo di quello che ci è capitato nella storia. Tutti abbiamo dovuto fare i conti con la nostra identità e il male che ci è stato fatto in passato, però è anche vero che quando mi ritrovo a parlare con i miei correligionari mi tocca ripetere: sentite, se ogni volta enfatizziamo questa storia del popolo eletto non possiamo che attirarci le antipatie della gente». Turow lo sa che questo è un terreno scivoloso, ma neppure un pazzo può pensare che le sue parole siano una bestemmia per giustificare il genocidio. Il guaio è che spesso dimentichiamo che dietro l’orrore ci sono ragioni banali, meschine e sottovalutarle significa non fare i conti con la natura dell’uomo. Quello che è successo in Bosnia, Serbia, Croazia, Kosovo non si spiega solo con un rigurgito di nazionalismo, ma si porta dietro rancori, frustrazioni, ossessioni parcheggiate da qualche parte nel fegato o nello stomaco. Nessuno razionalmente sogna una guerra civile, ma poi come è successo nelle città della Jugoslavia ti ritrovi a sparare contro il tuo vicino di casa con cui un tempo andavi a bere al bar e ti scambiavi gli auguri. Perché? Per cose da poco. Per sgarri e antipatie. Alla fine della mattanza, i colpevoli, chiunque siano, non saranno puniti.

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