Spionaggio informatico, condannati i fratelli Occhionero

Condannati i due fratelli romani arrestati lo sorso anno con l'accusa di spionaggio informatico. Alcune loro società avevano avuto la sede nell'appartamento in cui aveva risieduto Licio Gelli. Sospettati di incursioni anche nei computer del Gruppo Ini e della Toti Trans.

Nulla è stato spiato da Frosinone. Più di qualcosa invece a Frosinone è stato cercato.

Si è concluso con due condanne il processo ai fratelli Occhionero, arrestati il 9 gennaio del 2017 per la loro attività di cyberspionaggio. (Leggi qui Le spie di Renzi e Monti stavano in via Brighindi a Frosinone). Il giudice del tribunale di Roma Antonella Bencivinni ha condannato l’ingegnere nucleare Giulio Occhionero a 5 anni di reclusione e la sorella Francesca Maria Occhionero a 4 anni. Li ha giudicati colpevoli del reato di accesso abusivo a un sistema informatico: in pratica avere violato le caselle di posta elettronica, sia personali che istituzionali, di professionisti del settore giuridico-economico, esponenti della politica o riconducibili ad Enti pubblici.

 

Al momento di procedere con l’arresto, tra le reti informatiche ‘visitate’ dagli Occhionero c’erano anche quelle di grandi aziende e di istituzioni politiche come Camera, Senato, ministeri di Esteri e Giustizia, Partito Democratico, Finmeccanica, Bankitalia, Comune di Roma ed Enav. Inoltre c’erano i computer del gruppo sanitario Ini (con sedi a Veroli e Grottaferrata), della Toti Trans (società di logistica internazionale che ha il terminal ad Anagni: 150 dipendenti, passata al ‘concordato in continuità’ nei mesi scorsi confluendo nella società Sli di Frosinone), di due commercialisti di Sora.

A Frosinone Giulio Occhionero aveva la sede di alcune società: la Rogest S.r.l, di cui è stato consigliere e sua sorella ha rivestito la carica di presidente. La Rogest era stata costituita l’11 maggio 2004 a Frosinone in via Brighindi 44. E lì avevano sede anche altre due società legate agli Occhionero, la Correndo S.r.l. e la Sire Engineering S.r.l., entrambe in liquidazione. Dopo tre anni il capitale sociale era portato da 10mila a 100mila euro e la sede legale era stata trasferita a Roma. A quell’indirizzo, nel passato, aveva risieduto Licio Gelli, il fondatore della loggia massonica P2 (leggi qui Gelli Licio, residente in via Brighindi 44 a Frosinone)

 

La sentenza di condanna è arrivata dopo un’ora scarsa di camera di consiglio

Giulio Occhionero è stato dichiarato interdetto in perpetuo dai pubblici uffici e in stato di interdizione legale per la durata della pena. La sorella è stata interdetta dai pubblici uffici per cinque anni.

I due fratelli sono stati condannati al risarcimento dei danni da liquidarsi in separata sede alle parti civili costituite, salvo una provvisionale immediatamente esecutiva di 5.000 euro all’Enav spa, 2.000 euro al Ministero dell’Interno, 8.000 euro al Ministero degli Affari Esteri, 495,32 euro alla Regione Lazio e 25.000 euro al Ministero dell’Economia e Finanze.

Il sostituto procuratore Eugenio Albamonte aveva chiesto pene più severe: 9 anni per Giulio Occhionero e 7 anni per Francesca Maria.

Alla lettura del dispositivo della sentenza, i due fratelli, presenti in aula, non hanno detto una parola.

 

Durante la requisitoria aveva parlato di «quadro probatorio consolidato», confermato in sede di riesame e poi anche successivamente dall’esito delle intercettazioni telefoniche, e aveva fatto riferimento a migliaia di «file esfiltrati tramite virus e nascosti in sotto cartelle».

I dati carpiti sarebbero poi finiti in alcuni server americani gestiti dall’ingegnere nucleare in cui gli inquirenti del Cnaipic, servizio specializzato interno alla Polizia Postale, hanno recuperato oltre 3 milioni di mail intercettate.

Per la Pubblica Accusa, a Giulio Occhionero andava attribuita «una responsabilità di grado superiore per aver concepito e ipotizzato l’intero sistema illecito, per averlo realizzato e mantenuto nel tempo». Il magistrato ha ritenuto meno grave il ruolo della sorella che non ha preso parte alla fase ideativa del progetto «ma sicuramente – era il punto di vista dell’accusa – ha concorso nell’attività di accesso abusivo e acquisizione dati».

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