Quelli che fecero… l’impresa

Il paradosso di una provincia dove chi produce e chi pianifica non dialogano e non raggiungono una sintesi. Le sfide lanciate dall'imprenditoria ad una politica spesso in ritardo

Se soltanto avesse voluto negli ultimi dodici anni alla presidenza della Regione Lazio lo avrebbero candidato tutti. Con l’unica eccezione (forse) del Movimento Cinque Stelle. Però Maurizio Stirpe non ha mai preso in considerazione l’idea di scendere in politica. Nonostante le sirene di Forza Italia, del Partito Democratico, di Francesco Storace, di Antonio Tajani, di Nicola Zingaretti.

Lui ha scelto un’altra strada, che lo ha portato alla vicepresidenza nazionale di Confindustria. E per il dopo Vincenzo Boccia c’è chi ha annotato il suo nome sul taccuino. D’altronde è stato lui a realizzare, in anticipo su ogni tempo, l’operazione Unindustria, associando le Territoriali del Lazio. La realtà è che la politica non gli interessa: non lo affascina e un po’ lo indispettisce per via di una palese inconcludenza.

 

Il punto però è un altro. La Seconda Repubblica è sparita nelle sabbie mobili, la Prima è lontana anni luce, la Terza non si vede. La Ciociaria, un tempo strategica sul piano industriale, economico, logistico, infrastrutturale e politico, al tavolo nazionale non conta più nulla. Poi qualcuno si meraviglia che rimpiangono Giulio Andreotti.

 

La classe imprenditoriale chiede risposte e nell’attesa propone soluzioni. Giovanni Turriziani, presidente di Unindustria Frosinone, ha tirato fuori il progetto di Frosinone città metropolitana. (leggi qui) Non un’unione di Comuni, ma un ente diverso, nel quale far conferire i servizi e le opportunità: moltiplicare il valore dei progetti che possono essere realizzati e dei finanziamenti che possono essere chiesti per realizzarli, servizi finalmente a dimensione di tutti. La politica guarda con diffidenza perché non riesce ad accettare l’idea che… si può fare. Giovanni ha saputo raccogliere l’eredità di un padre importante come Roberto Turriziani. Lo ha fatto mettendo in mostra una personalità autonoma, pur nella continuità. Un po’ come Maurizio con Benito Stirpe.

 

Il presidente di Federlazio Alessandro Casinelli non ha avuto peli sulla lingua a sottolineare “l’insostenibile leggerezza dell’essere” della politica nostrana. I collegamenti con Roma andrebbero meglio se i nostri politici, perlomeno, si facessero dare… la precedenza negli snodi chiave. (leggi qui) Qualche anno fa Federlazio aveva sollecitato un collegamento ferroviario veloce con Roma, in modo da trasformare la provincia di Frosinone in un salotto buono e conveniente della Capitale, dove poter acquistare casa a prezzi più contenuti, dove poter investire. Appello però rimasto nel vuoto. Quello cosmico della politica. Alessandro Casinelli, però, ha le idee chiare e si sta affacciando sulla scena provinciale. Come Giovanni Turriziani.

 

Marcello Pigliacelli, presidente della Camera di Commercio, si sta godendo i risultati del tempo. Si è seduto sulla sponda del fiume Cosa ed ha aspettato che passasse il cadavere. Quello della risoluzione del contratto tra Comuni ed Acea. A distanza di un anno le cose stanno andando come aveva previsto. All’epoca non ha incassato la vittoria solo per via di un folkloristico finale di incontro al Fornaci che ha coperto i risultati politici enormi disponibili quel giorno sul tavolo. (leggi qui).

Acea ha imparato la lezione. Ha cambiato approccio con gli utenti, ha delegato le bollette con cifre folli ad una conciliazione che spesso ottiene qualcosa. Ed ha dimostrato che buona parte di quelle cifre spesso è colpa non sua ma di sentenze frutto di decisioni folli prese dai sindaci in altri tempi.

Riaprire un tavolo con Acea, governato magari da Nicola Ottaviani con il quale chiudere l’incidente del Fornaci, aprire la porta al futuro della gestione idrica in Ciociaria, rappresenterebbe il vero successo che la politica difficilmente gli accorderà. Forse il tavolo lo farà ma nessuno ammetterà che è anche frutto di quel suo delirio al Fornaci.

 

Guido D’Amico è presidente nazionale di ConfimpreseItalia. Ha fatto capire con chiarezza che la Seconda Repubblica ha avuto aspetti positivi ma mai paragonabili a quelli della Prima. E che se fosse per lui si dovrebbe arrivare ad una Prima Repubblica 2.0. Non è un caso che abbia messo al centro di una delle sue recenti iniziative nazionali proprio Andrea Mondello (leggi qui) il papà del modello Roma ai tempo di Veltroni e Rutelli.

È stato anche questo un tentativo, partito dal mondo dell’impresa, di dare risposte al territorio. Proponendo un modello.

 

Davide Papa continua nella sua strategia: understatement. In realtà la dimensione è ben diversa da quella che si vede sotto ai riflettori. Il segnale chiaro è arrivato pochi giorni fa quando Filippo Tortoriello, numero uno di Undindustria, lo ha citato nella recente cena al Palazzo dell’Eur, in viale dell’Astronomia.

Anche lui ha in uggia la politica, lo appassiona poco. Perché gli ha fornito soluzioni tecniche appropriate per lo sviluppo industriale della dorsale Cassino Gaeta. Ma i tempi per prendere in considerazione quelle proposte sono troppo lunghi e non ci vede concretezza.

 

Genesio Rocca, presidente di Aspin, l’azienda speciale della Camera di Commercio, pochi anni fa ha rinunciato alla presidenza nazionale dei Giovani Industriali. Oggi siede ad un tavolo di categoria al quale si confronta con il signor Disney ed il signor Chicco (gli amministratori delegati che le rappresentano). La gestione dell’azienda speciale che presiede parla di risultati, obiettivi raggiunti, strategie e percorsi.

 

C’è qualcosa che non funziona in un Paese nel quale gli imprenditori fanno cose che un tempo faceva la Politica. Meno ancora funziona nel momento in cui una larga parte della politica non recepisce i segnali che arrivano dal mondo della produzione.

 

Chi disegna le strategie di sviluppo in un territorio? Se non si ha la capacità né la lungimiranza per guidare un processo di sviluppo e crescita, almeno si ascoltino le sollecitazioni. Altrimenti sarebbe come se un’università si ostinasse a formare laureati in Filosofia senza considerare che intorno non ci sono più agorà ma fabbriche alla ricerca disperata di ingegneri. L’università di Cassino – per ammissione del magnifico rettore Giovanni Betta – negli ultimi anni ha tarato la sua didattica tenendo conto di alcune segnalazioni pratiche arrivate da Fca. Cioè dal mondo concreto di chi poi deve utilizzare il prodotto formato dall’Ateneo.

 

Lo scontro politico tra Daniela Bianchi e Francesco De Angelis sul futuro di Vdc (“La Regione non gli ha dato lo stabilimento per venderselo a 8 milioni di euro bensì per far rinascere l’industrializzazione nell’area”, leggi qui) fa sorgere una considerazione: ma è stato chiesto un parere alle associazioni degli industriali? Signori, scusate, ma voi cosa ci fareste qui? Secondo voi come possiamo ricavarne qualcosa di utile per tutti?

 

E’ stato fatto? La domanda è retorica.

 

Non ci saranno grandi prospettive fino a quando non ci sarà vera sintesi tra quelli che dovrebbero pianificare lo sviluppo e quelli che fanno impresa.

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