Quello che le intercettazioni dicono sul caso Ferentino

I contenuti delle intercettazioni rivelate da Il Messaggero impongono alcune considerazioni giuridiche. Che aggiungono sfumature al caso Ferentino. Confermano tutti i dubbi dell'Antimafia. Ma cambiano un aspetto politico

Ci sono alcune riflessioni da fare, dopo avere ascoltato le intercettazioni che compongono una parte dell’inchiesta sul project financing per il cimitero di Ferentino, sulla tangente chiesta al costruttore di Tivoli che ha ottenuto l’approvazione del progetto, sulla presenza di elementi della malavita organizzata utilizzati per sollecitare il pagamento. (leggi qui Lo scoop del Messaggero: “Project, ecco come è nata la tangente a Ferentino”)

La prima riflessione è che la trascrizione finita sui giornali è una versione di parte. Cioè fornita dal consulente incaricato da uno degli arrestati. Estratta e trascritta comunque da un tecnico qualificato e di chiara autorevolezza. Ma comunque di parte.

Nonostante questo, il quadro che emerge da quel video nulla ha a che vedere con una Gomorra in sala ferentinate. Nessuno viene portato in uno scantinato buio, gonfiato di botte, minacciato con una pistola in bocca. Ci sono più persone che si incontrano in un bowling, cioè un luogo affollato e frequentato; sono sotto gli occhi di tutti. Non ci sono minacce evidenti, pistole che vengano messe in vista, frasi che in maniera evidente inducano il costruttore a fare cose contro la sua volontà.

È vero però che una cosa sono i film e ben altro è la realtà: nella quale è sufficiente trovarsi al bowling in compagnia delle ‘persone giuste’ per capire al volo come comportarsi. Gli investigatori dell’Antimafia questo lo sanno e proprio per questo hanno continuato a scavare fino ad arrivare agli arresti.

Proseguiamo nella visione e nella lettura. I contenuti della conversazione fanno pensare. Che non ci sia chi sta imponendo il pizzo ad una vittima. Si parla di ben altro. Addirittura di una somma messa a disposizione direttamente da chi ha proposto il project. In maniera del tutto legale, nelle intenzioni, probabilmente. Ma se la trascrizione è fedele, emerge che il consigliere comunale Pio Riggi arrestato nelle settimane scorse, rifiuta quella somma quasi con sdegno. Si accontenta di ‘lavorare’: se tu hai dei lavori che riguardino il mio settore Porte e Finestre allora chiami me.

Per il Codice non fa tanta differenza: si commette reato sia se si accettano soldi, sia se si accettano beni, utilità, servizi; per fare un esempio, se siamo un amministratore pubblico si commette reato anche se si accetta che qualcuno ci paghi il barbiere, metta a disposizione una macchina, favorisca rispetto ad un’altra ditta per montare porte e finestre sui cantieri.

Dall’intercettazione appare che Riggi proprio quest’ultima cosa abbia accettato. E nella conversazione registrata ed ora finita nell’inchiesta emerge che il costruttore si lamenta con i suoi interlocutori: ma come, aveva detto che non voleva soldi, gli ho fatto fare un lavoro da 80mila euro, me lo ha fatto anche male, poi ha cambiato idea perché ha scoperto che c’era la ciccia.

C’è un’evidenza sulla quale riflettere. È un aspetto tecnico. Se un amministratore chiede soldi in cambio di un atto dovuto commette concussione, se qualcuno glieli offre per farsi approvare un project commette corruzione. Sono entrambi reati. Sono due faccende del tutto diverse. In un caso c’è un’amministrazione con almeno un corrotto all’interno. Nell’altro caso c’è un soggetto che corrompe un’amministratore.

In questo caso ci sono state offerte? O ci sono state richieste? La magistratura Antimafia, nel più totale riserbo, su questo punto sta lavorando. Tenendo conto anche della chiave di lettura fornita da Riggi dopo il suo arresto. Ha sostenuto che forniva le porte e le finestre all’impresa che poi ha presentato il project e che la stessa ditta gli aveva chiesto di seguirgli sul posto l’iter della pratica andando in giro tra Provincia e Soprintendenza per svolgere le pratiche e ritirare i documenti. Lecito o no? Inopportuno? Molto probabilmente si, dal momento che era anche un amministratore. In buona fede? È quello che lui sta sostenendo. Non è detto che gli credano.

Mettendo il dito nella piaga: l’intercettazione mette in evidenza che Pio Riggi non riesce a portare avanti un bel niente, non riesce a superare le maglie di controlli e legalità all’interno del Comune di Ferentino e di qualsiasi altro municipio italiano se si vuole rispettare le Legge. Infatti, la storia del project al cimitero di Ferentino langue per cinque anni senza che si faccia un solo passo in avanti. Al punto che l’imprenditore decide allora di tirare dentro l’ex assessore Luca Bacchi, sperando che sia più efficiente. Si ritiene vittima della burocrazia, è certo che il suo progetto sia regolare ed il migliore. E per questo debba essere accolto. I ritardi burocratici gli appaiono un modo per mungerlo. Alla fine, il dubbio del vincitore è che nessuno abbia fatto un bel niente e che ora vogliano lo stesso i soldi. Da questo dubbio nasce il chiarimento al bowling.

Che piega hanno preso le vicende, dopo quei caffè e quelle spremute d’arancia bevute amichevolmente? Cosa è accaduto al punto da avere fatto sentire in pericolo il costruttore, inducendolo a rivolgersi alle forze dell’ordine? Chi sapeva del seguito, ne era consapevole, lo ha condiviso o addirittura sollecitato?

Una parte delle ipotesi di reato emerge con chiarezza. Starà ora alla magistratura rubricarle nel modo più esatto, dopo avere effettuato ulteriori accertamenti e verificato se esistano altri lati ancora sconosciuti della vicenda, capaci di aggiungere nuovi elementi, nuove prospettive, nuovi nomi e nuovi ruoli.

Un dato però sembra emergere con chiarezza: non c’è stata alcuna infiltrazione camorrista che abbia condizionato il processo amministrativo. Nessun clan si è infilato nell’iter che ha portato alla gestione della pratica sul cimitero.

Il che pone il tutto in una luce diversa da come in questi giorni lo scontro politico la sta facendo apparire.

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