Regionali, il Congresso complica la partita del Pd

Il Pd alle prese con l'alleanza da schierare alle Regionali per il dopo Zingaretti. Ma anche con il Congresso. Beppe Sala evidenzia il rischio per Lombardia e Lazio. Intanto Grippo (Azione) definisce la giunta uscente "Unica ed irripetibile". Il disegno di Calenda. La risposta di Bonino

Il rischio è quello di ritrovarsi in un ingorgo. È l’unica cosa di cui non ha bisogno il Partito Democratico, alle prese con una situazione già confusa a sufficienza. L’ingorgo è quello del Congresso anticipato: il Segretario Enrico Letta affronterà la questione nella Direzione convocata per giovedì prossimo.

Sarà un Congresso costituente, il Pd si rifonda: ci sarà un dibattito approfondito affinché sia “un congresso vero, aperto, non un casting” per usare le parole del Segretario. Che vuole accelerare i tempi: per fare in modo che il Partito rifondato sia in grado di costruire le sue future alleanze ed affrontare il confronto con il nuovo governo di Centrodestra.

Il rischio di ingorgo

Beppe Sala

Dov’è il rischio di ingorgo? Lo evidenzia Beppe Sala, sindaco di Milano: indicando la Lombardia ma pure il Lazio. «Le elezioni Regionali sono dietro l’angolo. È chiaro che il centrosinistra dovrà impegnarsi in tempi brevi. Devo ancora capire quanto questi tempi siano compatibili con gli annunci che sta facendo Letta sul percorso verso la Segreteria».

«Mi pare – ha aggiunto Sala – che stamattina Letta abbia tracciato un percorso che attraverso varie fasi poi arriva alle primarie a due. Non ho capito i tempi. La preoccupazione forse è che questo percorso arrivi a una conclusione troppo a ridosso delle elezioni regionali. Non penso solamente alla Lombardia che forse è quella più delicata, ma anche il Lazio che è una regione importantissima».

Non è un modo per allungare i tempi. ma per evitare l’ennesimo caos. Infatti, il sindaco ha ribadito che «è abbastanza evidente che il Pd vada riformato, ma che è altrettanto evidente che il Pd sia centrale. Quindi vorrei capire anche dai vertici del Pd, al di là dai singoli, cosa hanno in testa».

La situazione complessa

Valentina Grippo (Foto: Sara Minelli / Imagoeconomica)

Che nel Lazio la situazione sia complessa è sempre più evidente. da giorni il Segretario Regionale del Partito Democratico Bruno Astorre predica l’unità. Sottolinea che la situazione costruita da Nicola Zingaretti è unica in Italia: c’è una maggioranza che comprende tutto il mondo Progressista; soprattutto non è un’unione basata sui numeri ma si è costruita poco alla volta intorno ai progetti comuni.

Ma da giorni si registra l’ostilità di Azione. Che già dai mesi scorsi aveva messo in chiaro di non volersi accomodare ad un tavolo già apparecchiato. Un’ostilità sempre più chiara ed aperta. Nelle ore scorse l’ha accentuata la capogruppo di Calenda in Regione Lazio, Valentina Grippo. All’edizione romana del Corriere della Sera ha detto che quella uscente «È stata una consiliatura particolare, irripetibile… L’emergenza Covid ci ha obbligati a trovare punti di convergenza così come è avvenuto per il governo Draghi».

Sembra una chiusura definitiva. In realtà non lo è. Sulla possibilità di continuare lungo questo percorso, Valentina grippo spiega che «Si parte dai programmi e dalle persone. Noi pensiamo che non si debba correre contro, ma per qualcosa. Certo, se il M5S dice no a tutto, al termovalorizzatore e allo sviluppo di proposte energetiche di qualità… La legge elettorale favorisce le alleanze, ma siamo fortemente convinti della nostra terzietà e coerenti con il programma sul quale gli italiani ci hanno dato fiducia».

Il botta e risposta

Carlo Calenda (Foto: Paolo Cerroni © Imagoeconomica)

È sempre più chiara l’intenzione di Carlo Calenda: andare all’assalto del Partito Democratico per staccarne i pezzi più grossi. Oggi ha sferrato altri colpi. «Il Pd penso che debba riflettere, anche se sono 15 anni che riflette su cosa debba essere. Il Pd credo tornerà nelle braccia dei 5Stelle. Ma il Pd, così com’è oggi, non ha più senso di esistere: metà di loro guarda a noi, al riformismo; l’altra metà guarda ai 5Stelle».

Il disegno è evidente. Fare in modo che ci sia la frantumazione del Pd, un ritorno ai Ds ed alla parte centrista che una volta era la Margherita. Carlo Calenda mette il dito nella piaga. E sulla doppia visione nel Pd evidenzia: «Questa cosa va chiarita una volta per tutte. Io credo che in Italia ci debbano essere tre poli tra cui scegliere: uno di sinistra populista con Pd, Fratoianni e M5s; un altro di centrodestra e uno fatto da noi, con le persone che arriveranno e con i voti che sapremo conquistare».

Emma Bonino

Gli risponde Emma Bonino. La leader radicale, dall’alto della sua esperienza, bada al sodo. E fa notare come la scelta di non allearsi con il Pd abbia regalato alle Destre un mucchio di seggi altrimenti contendibili. Tra i quali quello nei quali erano candidati entrambi, finito a Lavinia Menunni.

«Nel mio collegio la candidata di centrodestra Lavinia Mennuni ha vinto grazie al fatto che Calenda ha rotto il patto con il Pd ed è andato come polo autonomo alle elezioni. E il mio non è un caso isolato. Calenda aveva sottoscritto un accordo poi disdetto dopo pochi giorni. Se fosse rimasto fedele a quell’accordo la maggioranza di destra al Senato sarebbe stata in forse e comunque risicatissima. Lo dicono le analisi dei flussi elettorali che dimostrano che quello di Azione è stato un voto progressista. È una questione aritmetica prima che politica».

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