Stirpe: «Una stretta sugli scioperi, serve ai cittadini»

Per il vicepresidente di Confindustria la tregua di 20 giorni andrebbe estesa. «Va trovato l’equilibrio tra diritti dei lavoratori e quelli degli utenti»

Umberto MANCINI

per IL MESSAGGERO

Primo Piano

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Maurizio Stirpe, lei è vice presidente di Confindustria con deleghe per il settore del lavoro e le relazioni industriali, come valuta dal suo osservatorio la stretta sugli scioperi nei trasporti messa a punto dal Garante e anticipata ieri dal Messaggero? Le ricordo che la stretta prevede che il periodo di tregua tra due proteste passi da 10 a 20 giorni.

«Mi sembra che si vada nella direzione giusta. La proposta del Garante va valutata positivamente poichè riequilibra il legittimo diritto dei lavoratori a scioperare con quello altrettanto legittimo degli utenti dei servizi pubblici locali a usufruire dei servizi medesimi. Utenti che, come spesso accade a Roma e nelle grandi città, subiscono gravissimi disagi proprio a causa delle agitazioni sindacali».

 

I sindacati hanno immediatamente criticato però la mossa del Garante che, in una situazione di vuoto politico, ha agito in maniera autonoma anche in considerazione del fatto che a Roma ogni 15 giorni si bloccano bus e metro, soprattutto a causa delle agitazioni dichiarate dalle piccole sigle.

«Credo che la scelta del Garante possa rappresentare una modalità da seguire perché tutela gli utenti senza intaccare, come dicevo prima, i diritti. Sopratutto frena le agitazioni delle piccole sigle che spesso, a cadenze regolare e nei fine settimana, riescono a bloccare i servizi e a paralizzare le città. Credo, ma in questo modo il discorso si allarga ben oltre il regolamento del Garante, che serva discutere a fondo di rappresentatività, di chi può legittimamente dichiarare o no uno sciopero». 

 

Tra l’altro gli scioperi a ripetizione, penso all’Atac in particolare, creano grave pregiudizio anche ai conti aziendali mettendo a volte in discussione la funzionalità dei servizi e dunque la loro fruizione.

«Non voglio entrare nei particolari, ma proprio le aziende più colpite dalle agitazioni sono quelle che di norma hanno più problemi e si distinguono purtroppo per tassi di assenteismo particolarmente elevati. Lo stop alle proteste programmate sempre nei fine settimana, magari con scopi spesso poco comprensibili e con l’obiettivo di procurare i danni maggiori, mi sembra difficilmente criticabile».

 

Eppure, al di là del dibattito politico che non ha dato risultati apprezzabili, solo l’intervento dell’Autorità consentirà di dimezzare gli scioperi. Insomma, possiamo dire che dopo 16 anni finalmente si volta pagina. Non crede che questa modalità possa estendersi anche ad altri settori?

«Credo di sì. Io penso che quanto più c’è necessità di riequilibrare i diritti tra lavoratori e utenti, tanto più è necessario ricorrere a questa tipologia di soluzione. Nel Tpl l’esigenza di regolazione era fortissima, ma ritengo che potenzialmente tale restrizione possa essere estesa ad altri comparti. Per evitare che a pagare il prezzo più alto siano proprio cittadini, studenti e lavoratori che hanno la necessità e il diritto di essere tutelati. Senza ovviamente ledere il diritto costituzionalmente garantito a scioperare. Serve, lo sottolineo con forza, un giusto equilibrio».

 

Il Parlamento uscente non è riuscito ad affrontare la questione in maniera organica, anche perché toccare il diritto di sciopero non è politicamente agevole. Crede che nella prossima legislatura il tema possa essere affrontato senza vincoli ideologici?

«Penso che per affrontare questo tema prima bisogna discutere in maniera approfondita di rappresentanza, sia delle organizzazioni sindacali che delle datoriali. E che bisogna farlo al tavolo tra le parti sociali».

 

Meglio che siano le parti sociali a risolvere la questione?

«Un passaggio politico credo sia necessario, ma sta alle parti sociali sciogliere il nodo ai fini della rappresentatività anche sul fronte dei contratto. E questo per evitare il dumping contrattuale. Guardi che su 900 contratti, il 60% prevede condizioni ben peggiori dei contratti nazionali collettivi stipulati da Confindustria e dalle organizzazioni sindacali maggiormente rappresentative. Serve, insomma, senso di responsabilità e una misura corretta della rappresentanza, di chi davvero rappresenta i lavoratori al tavolo negoziale».

 

Senso di responsabilità che però i confederali hanno dimostrato di possedere…

«Concordo, basta guardare la frequenza delle agitazioni programmate dalle grandi organizzazioni sindacali nel settore Tpl per capire quanto sono diverse dalle piccole sigle».

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