Quando le parole uccidono ed il silenzio è complice (di H.D. Toro)

C'è un filo sottile ad unirci in questi giorni con la Polonia bagnata del sangue di un innocente. La Polonia che con Re Casimiro fu una potenza economica, culturale, terra di rifugio. Lì oggi la violenza delle parole uccide un sindaco non violento. Il silenzio diventa complicità

Henry David Toro
Henry David Toro

Preside frusinate in prestito all'Emilia

Dopo i tragici fatti di Strasburgo un altro attentato ha sconvolto la vita dei cittadini europei in questo inizio del 2019. Domenica sera a Danzica un ventisettenne del luogo ha accoltellato a morte Pawel Adamowicz, avvocato cinquantatreenne e sindaco della città portuale, esponente del partito liberale Piattaforma Civica (oppositore del governo di destra alla guida del paese slavo, membro dal 2004 dell’Unione Europea). 

Il sindaco, molto amato in città e riconfermato con una grande percentuale di voti nelle ultime elezioni comunali, era stato colpito al cuore e agli organi addominali – hanno spiegato i medici che lo hanno operato per diverse ore. Nonostante quarantuno trasfusioni di sangue, per le quali tanti concittadini si sono mobilitati silenziosamente presso gli ospedali cittadini, non è stato purtroppo possibile salvargli la vita. L’attacco era avvenuto poco prima delle 21 di domenica sera di fronte a centinaia di persone, su un palco preparato per la conclusione di un’attività benefica destinata a raccogliere fondi – ironia della sorte, proprio per un’organizzazione che finanzia l’acquisto di attrezzature mediche. 

L’attentatore, immediatamente arrestato dalle guardie di sicurezza senza che opponesse resistenza, era appena uscito dal carcere, dove aveva scontato più di cinque anni per rapine a mano armata. 

L’omicidio dunque non nasce da ragioni eminentemente politiche (anche se appena pugnalato il sindaco, il giovane ha afferrato il microfono per annunciare di essere stato ingiustamente imprigionato dal precedente governo di Piattaforma Civica), ma certamente in un clima di odio alimentato da molti esponenti governativi polacchi, anche di primissimo piano. E ci riporta ad un tema più volte trattato in questa rubrica: quello della violenza verbale che, nell’epoca del mondo digitale che tutto amplifica, può trasformarsi in violenza fisica

Messo in ombra dalla stampa, soprattutto italiana, per il contemporaneo arresto  e ritorno in Italia dell’ex terrorista Cesare Battisti (attenzione: da non confondersi con l’omonimo patriota trentino e parlamentare austro-ungarico al quale giustamente sono dedicate strade e piazze d’Italia), che ha messo in evidenza altre incongrue ed inopportune figure di nostri attuali rappresentanti delle istituzioni (sic), il caso dell’omicidio Adamowicz rimanda tristemente alle vicende occorse a Strasburgo prima di Natale, quando a finire sotto i colpi di un criminale fanatico era stato il giovane Antonio Megalizzi, giornalista trentino innamorato dell’idea di Unione europea. (leggi qui L’ultima vittoria di Antonio per l’Europa in cui credeva)E rimanda ad altri e importanti riferimenti storico-geografici, poiché avvenuto in un paese che è  oggi lo specchio fedele delle conquiste e delle tragedie di questo nostro straordinario continente.

La Polonia è stato nel XVI e XVII secolo uno dei regni più vasti d’Europa: il  suo territorio si estendeva per quasi un milione di chilometri quadrati, dal porto di Danzica alla città russa di Smolensk, dalle attuali repubbliche baltiche  all’Ucraina e Bielorussia moderne. Entro i suoi confini si trovavano città come Varsavia, Kiev, Vilnius e Minsk, oggi capitali di nazioni indipendenti e molto diverse tra loro. Nel 1386, quando il Granduca di Lituania Jogaila diventò re di Polonia col nome di Ladislao II Jagellone, il Granducato era già un grande Stato, nato dal vuoto di potere creato in Europa orientale dai mongoli, spintisi nel XIII fino a Cracovia.

E per i lituani la Polonia era un paese di grande attrattiva, perché in Polonia si rispettava la legge. Con Casimiro III, detto giustamente “il Grande”, che regnò tra il 1333 e il 1370, nasce un sistema giuridico ben definito, nel quale il re non aveva poteri assoluti ed il sovrano veniva addirittura eletto. Molti polacchi erano giustamente orgogliosi del loro regime politico, e lo paragonavano a quello della Serenissima Repubblica di Venezia.

Fu Casimiro il Grande ad  accogliere i primi ebrei provenienti da ogni parte d’Europa, specialmente dalla penisola iberica dove erano particolarmente invisi ai re cattolici; e fu ancora lui a confermare i privilegi garantiti ai polacchi israeliti nel lontano 1264 da Boleslao V e a stabilire la pena di morte per coloro che si fossero macchiati del reato di rapimento di bambini ebrei per costringerli al battesimo, punendo severamente anche le profanazioni dei cimiteri ebraici.

Questo grande re concesse loro di stabilirsi liberamente, e in gran numero, su tutto il territorio polacco (triste il loro destino allora, quando negli anni ’30 e ‘40 del XX secolo una intera civiltà, creata dai figli degli “ebrei di Casimiro” – la civiltà yiddish –, venne spazzata via e quasi del tutto annientata dalla furia nazista). 

E così strategica e multietnica è stata sempre la città di Danzica, che col suo porto conduceva grano e tanti altri prodotti nel resto d’Europa. La borghesia di Danzica come quella della Polonia era – a detta di molti storici – germanica, ebraica o persino italiana più che polacca.

Una città e un paese tollerante per tutte le confessioni, ma uno stato di frontiera, che dal XVIII secolo dovette fare i conti con i suoi temibili vicini: l’Impero austriaco, quello russo ed il Regno di Prussia. Scomparsa infatti dalle carte geografiche dopo tre successive spartizioni nel 1772, nel 1793 e nel 1795, ci vollero più di cento anni perché la Polonia risorgesse dalle sue ceneri.

Il XX secolo fu ancora più crudele, con l’aggressione nazista e poi la sottomissione al regime sovietico. Fatti questi che contribuirono a  incattivire non poco il popolo polacco, a chiuderlo in un cattolicesimo conservatore e integralista, al limite dell’antisemitismo (i pochi ebrei rimasti in Polonia fuggirono o vivono oggi con molti timori in un paese che, pur membro dell’Unione europea, manifesta da anni posizioni di chiusura su immigrazione, tolleranza e libertà civili).   

Proprio il contrario dei valori in cui credeva il sindaco Pawel, insignito della Croce d’oro Pro Ecclesia da papa Giovanni Paolo II e della Croce al Merito dal Presidente della Repubblica Kwaśniewski; e nel 2014 anche della Croce della libertà e solidarietà per onorare il suo contributo all’opposizione democratica in Polonia durante il periodo comunista. Come sindaco, liberale e non certo socialista o comunista, si batté per il riconoscimento dei diritti delle persone LGBT, nonché di quelli dei migranti, contrapponendosi al governo centrale sostenuto dal partito di destra radicale, Diritto e Giustizia, e patrocinando nel 2018 la 4ª sfilata del Gay pride di Danzica, a cui partecipò personalmente.  

Un uomo giusto, cittadino d’Europa, ferito a morte dai colpi di un coltello e anche dalle parole d’odio e dal clima irrespirabile nel Paese (sono parole dell’ex presidente e leader di Solidarnosc, Lech Wałęsa), alimentato dai mezzi di informazione e dalla rete. 

Come reagire dunque ancora una volta? Vivendo come visse Pawel Adamowicz: credendo nella storia del proprio Paese, nel dialogo fra le culture, nella bellezza della differenza, nell’identità che si afferma e rafforza attraverso la pluralità; e nell’Europa come un baluardo a difesa di questa visione.

Altre strade non esistono.