Top e Flop, i protagonisti del giorno: venerdì 1 luglio 2022

I fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire, attraverso di loro e quanto hanno fatto, cosa ci attende nella giornata di venerdì 1 luglio 2022

I fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire, attraverso di loro e quanto hanno fatto, cosa ci attende nella giornata di venerdì 1 luglio 2022.

TOP

ANTONIO POMPEO

Antonio Pompeo (Foto © AG IchnusaPapers)

Zero, nove, cinquantaquattro, sessantatré: è su questi numeri che bisogna iniziare a riflettere per comprendere la rotta imboccata da Antonio Pompeo con l’intenzione di uscire dal porto politico della provincia di Frosinone. E tentare di prendere il largo verso la Regione Lazio.

Zero è il numeri dei sindaci che l’altro giorno gli ha votato contro al bilancio provinciale. Mentre 63 è il numero degli amministratori presenti all’assemblea dei 91 sindaci chiamati per Statuto ad esaminare i conti dell’Amministrazione provinciale. In 54 hanno votato a favore: civici e di centrosinistra. Nove, tutti di centrodestra, non hanno potuto votare contro: il massimo della coerenza gli ha consentito di astenersi; perché il voto politico non poteva essere favorevole, quello amministrativo non poteva essere contrario.

Si deve partire da qui per capire la rete costruita dal presidente della Provincia, leader della componente di Base Riformista: una rete costruita in anni di dialogo prima amministrativo e solo poi politico. Con sindaci ed amministratori: cioè i grandi portatori di consenso e di preferenze in vista delle Regionali. Base riformista è la componente minoritaria. Ma è minoritaria al Congresso Pd cioè dove molti di quei sindaci non votano perché non sono tesserati.

La sfida lanciata da Antonio Pompeo è questa: puntare su quella fetta di amministratori che non sta con il Pd ma che è disposta a concentrare su di lui il consenso qualora si candidasse alle Regionali. Ed il voto sul bilancio è stato anche un primo tentativo di misurare l’andamento del vento.

Lo zero è emblematico

DOMENICO POMPILI

Domenico Pompili (Foto: Livio Anticoli © Imagoeconomica)

Una delle cose che sta più in uggia al Santo Padre è il carrierismo nella chiesa. E chi lo persegue alimentando divisioni e spaccature. Anche per questo ha subito apprezzato quel giovane prete che veniva dalla provincia di Frosinone, originario di Acuto, allievo modello del seminario Leoniano di Anagni, parroco della concattedrale di Alatri.

Lo aveva notato quando era stato chiamato ad occuparsi della comunicazione presso la Conferenza dei vescovi italiani. C’era appena stato lo scontro tra i tradizionalisti del cardinale Camillo Ruini e la nuova guardia di Angelo Bagnasco; proprio quest’ultimo aveva voluto alla Cei quel prete di provincia, don Domenico Pompili. E lui, invece di pensare alla carriera, si era concentrato sulla conciliazione tra le due sensibilità.

In poco tempo s’è trovato con la berretta da vescovo, la diocesi di Rieti, la reggenza di quella d’Ascoli Piceno, il ministero della Comunicazione della chiesa italiana. Ogni volta s’è comportato da prete: stabilendo un contatto diretto con il suo gregge e facendosi interprete delle istanze che arrivavano dalla base. Un grande diplomatico ed un solido prete.

Per questo Papa Francesco si appresta a mandarlo a Verona. Dove l’anziano vescovo ha fatto saltare l’equilibrio attraverso una lettera pastorale che è suonata come un tentativo di condizionare le elezioni comunali in favore del candidato di centrodestra. Occorre un diplomatico, capace di rasserenare gli animi, che sia un buon pastore. E siccome Don Do’ come lo chiamavano i suoi parrocchiani, giocava a calcio anche a discreto livello, ritrovarsi come sindaco un ex calciatore di Serie A, crea già un buon terreno di gioco. Per entrambi. (Leggi qui Il Papa non ha scelta: il vescovo Pompili a Verona).

Sempre più in alto.

FLOP

LUIGI DI MAIO

Luigi Di Maio

Ripensarci è sempre sintomo di saggezza. Perché si ascolta il dubbio, si mette in discussione se stessi e le precedenti convinzioni. Nella migliore delle ipotesi se ne ricava una conferma. Altrimenti si cambia. L’unico rischio è quello di cambiare così tanto da apparire poco credibili.

È quanto accaduto a Luigi Di Maio, fresco di secessione dal Movimento 5 Stelle. A margine del vertice Nato di Madrid ha avuto un incontro con il presidente francese Emmanuel Macron. Al termine del quale ha deciso di posizionare la sua pattuglia di parlamentari europei collocandoli nelle file del movimento macroniano Renew. Cosa c’è di male? Che non è un cambiamento di poco conto ma la negazione di buona parte delle battagli grilline fatte sul confine francese.

Nel 2019, non trenta anni fa, lo stesso Luigi Di Maio andava in Francia per solidarizzare con i Gilet Gialli: un tizio che era più grillino di grillo ed aizzava le piazze contro Macron invocando un colpo di stato militare. Per essere pratici: Luigi Di Maio è l’artefice della più severa crisi diplomatica tra Italia e Francia da dopo l’armistizio di Cassibile nel settembre ’43.

Vero è che già da un po’, comprendendo dove sono, i grillini hanno rivisto tutto il loro modo di fare e di pensare. Ma l’adesione a Renew appare quel tanto di più da apparire eccessivo. Perché in quel gruppo ci sono anche Matteo Renzi ed il suo ex ministro Carlo Calenda.

Giravolta completa 

CARLO CALENDA

Carlo Calenda (Foto: Andrea Panegrossi / Imagoeconomica)

Proporremo una Digital tax, cioè un costo minimo di transizione digitale e con questo finanziare un taglio del 50% del cuneo fiscale e contributivo“: l’annuncio arriva da Carlo Calenda a margine di un convegno con la Cgil.

Il fatto è che nei giorni scorsi Maurizio Stirpe era stato chiaro: le imprese hanno già dato e fatto la loro parte; altrettanto hanno fatto i sindacati. E infatti il leader di Confindustria ed i Segretari di Cisl e Uil s’erano trovati subito in sintonia. Introdurre una nuova tassa – come propone Calenda – significa scaricare su altri quel taglio delle tasse nelle buste paga. Significa scaricare su chi paga la Digital Tax.

Invece la rotta era un’altra: le industrie ed i lavoratori hanno fatto la loro parte, tocca allo Stato rivedere i suoi costi. Qui invece di risparmiare per finanziare le buste paga si introduce un nuovo obolo. E saremmo daccapo. C’è stato un tempo in cui a finanziare ogni cosa erano gli aumenti di benzina e sigarette, mancava la visione necessaria per disegnare un modello diverso. Oggi non è cambiato molto.

Sempre benzina e sigarette.

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