Essere e apparire, l’eterno dilemma della nostra recita

Maria Rita Scappaticci

Psicologa e blogger

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di MARIA RITA SCAPPATICCI
Psicologa e blogger

 

La differenza è sostanziale. E una volta scoperta quella differenza… c’è una bella domanda alla quale bisogna rispondere. Saper essere o saper fare? In altre parole: che identità vuoi assumere agli occhi degli altri?

Il percorso intrapreso da molti è quello basato su stasus, concetti precostituiti che investono i ruoli sociali dell’epoca moderna: saper essere qualcuno.

Un bravo leader, un eccellente professionista, un ottimo genitore, un amico fidato, un trascinatore di folle, un precursore. Saper essere qualcuno affannandosi ad identificare lo standard condiviso dalla gente, trovare il vestito adatto e cucirselo addosso.

Magari rimane qualche piega ma l’importante è apparire al meglio e saper essere ciò che vogliamo dimostrare di essere.

E il saper fare passa in secondo piano, convinti che basti associare un simbolo a qualcosa di già esistente e farlo nostro per divenire qualcuno.

Una fatica in termini rappresentare un saper essere: bisogna adattarsi a ciò che dicono gli altri, a ciò che la folla reclama. E non sempre è la stessa richiesta.

Una ricerca affannosa di consensi, modellandosi alle richieste altrui: una vera fatica ma alla fine siamo acclamati.

Può accadere però che qualcuno ci richieda di dare dimostrazione del ruolo nel quale abbiamo deciso di apparire e quindi scenda nei particolari. E così si scopre che sarebbe stato meglio anche saper fare qualcosa di ciò di cui abbiamo assunto le sembianze, millantando, per evitare una delusione al pubblico che segue le nostre gesta.

Imparare a saper fare qualcosa equivale a divenire un saper essere a tutti gli effetti.
Non abbiamo la necessità di fingere perché siamo padroni della materia e del ruolo che ricopriamo, sappiamo fronteggiare i dubbi, le richieste, sappiamo essere malleabili con la realtà e abbiamo una fonte di conoscenza che non può competere con un semplice apparire.

Le uniche energie che mettiamo in campo servono per accrescere il nostro sapere e tutto ciò, senza che arranchiamo, ci fa essere sempre più competenti perché abbiamo cucito il nostro vestito con le nostre mani e ci calza a pennello.

Solo in questo modo saremo davvero chi sosteniamo di essere. Perché abbiamo vissuto. E continuiamo a ricercare il modo migliore per poterlo rappresentare.

Sentire con le proprie forze che qualcosa si alimenta piano piano dai nostri sforzi non ha bisogno di apparire: si rende evidente da solo nel modo migliore che possa mostrarsi a tutti.

La differenza sta nella motivazione a realizzarsi. Se ho voglia di mettermi in gioco e imparare qualcosa non avrò tempo di badare a cosa gli altri ricercano ma saranno gli altri a riconoscermi onori per quello che sono e metto in campo.

Praticare le nostre virtù è il miglior modo per prendersene cura e diventare un essere completo.

E allora se la domanda fosse: “come faccio a essere bravo in qualcosa?” La risposta sarebbe “trova il modo migliore in cui impari a farla. E coltivalo per far sì che le tue doti migliorino col tempo e saprai fare ciò che dici di essere.”

Il vero stupore dell’epoca moderna è conoscere una persona che dice di essere qualcuno e poi scopriamo che lo è davvero.

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