Le ‘Isole’ di Traboni e l’approdo alla poesia

Giornalista per 30 anni, il frusinate si cimenta con la sua prima opera in versi. E schiude al lettore un mondo delicato e disegnato sulle impalcature della fede.

Si intitola “Isole” ed è la prima silloge poetica a firma di Igor Traboni, firma che pesa da sempre sul giornalismo e che da poco si è poggiata lieve sul liberatorio tappeto delle emozioni in versi. Emozioni di un mondo che contiene piccoli cosmi autonomi, riferimenti autobiografici e la solenne impalcatura di una immensa fede che la vita dell’autore la sorregge da sempre. I sogni nel cassetto liberati dal primo cimento, la famiglia, le speranze, i modelli e la catarsi dei libri.

Di questo ha parlato Traboni, di questo e di quella scelta di voler ‘domesticare’ le parole usate per 30 anni nel giornalismo. Fino a trasformale in ‘Isole’.

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Igor Traboni
Perché le isole al centro di questa raccolta?

«Perché le isole hanno tutto quello che serve per rappresentare un microcosmo. Le vedi lì, in mezzo al mare, per l’appunto “isolate”, ma in realtà hanno tutto un mondo»

Molti di questi versi hanno un sapore autobiografico. 

«Giusto. E guai se non fosse così, altrimenti che poesia sarebbe? Quindi le “isole” rappresentano anche il mio modo di essere: spesso solo, per scelta. Ma al contempo sempre in mezzo a tanta gente per quel piacere che è la vita. E mai in solitudine: piuttosto in i-solitudine, che è l’altra faccia della malinconia».

Notevoli sono anche i riflessi religiosi. Anche questa è una precisa scelta?

«Sì, sono credente, ho il dono della fede anche se ovviamente lo “esercito” male. Ma la tensione nel cercare di migliorarsi è continua. Come in ogni storia di fede, di speranza e di carità. Come vorrei fosse ogni poesia».

Ma di questi tempi, quanto bisogno c’è di poesia?

«Enorme. E’ un tempo che insegue il tempo. E magari la poesia può aiutare in questa rincorsa».

Questi versi hanno qualche punto di riferimento poetico?

«Leggo molta poesia contemporanea. Può sembrare scontato, visto che firma la prefazione al mio libro, ma non lo è: adoro Davide Rondoni e la sua capacità affabulatoria di intrecciare pensieri e parole. Mi piacciono molto anche Daniele Mencarelli e Marco Beck».

Igor Traboni

«Spero non mi faccia velo l’amicizia, ma divoro i versi di Alfonso Cardamone, Amedeo Di Sora, Gezim Hajdari. Sono poi estasiato dai versi del compianto Giovanni Raboni. Non solo perché un giorno, ritirando insieme il Premio Valle di Comino, mi usò la cortesia di giocare sui nostri cognomi».

Contrariamente a tanti altri libri, non ci sono dediche iniziali. Come mai?

«Magari un po’ per pudore. Ma ovviamente la dedica è per mia moglie e mio figlio, che mi supportano e soprattutto sopportano. E mi avrebbe fatto piacere che papà fosse stato ancora con noi: credo sarebbe stato orgoglioso d ricevere la prima copia. Ma di certo anche in paradiso ci saranno librerie».

Giornalista da oltre 30 anni e dunque abituato alle parole, come mai solo adesso il tuo primo libro?

«Forse aspettavo la… maturità per provare a dire qualcosa d’altro rispetto a migliaia di articoli scritti. E che comunque resteranno sempre il primo amore».

Rotto il ghiaccio con la pubblicazione, altri progetti nel cassetto?

«Tanti, forse troppi, al punto che i cassetti della mia libreria neppure bastano più. Mi piacerebbe da qui al prossimo anno uscire con un’altra raccolta di poesie, ma soprattutto sto lavorando ad un libro tra romanzo e realtà. E’ un progetto che accarezzo da tempo, non anticipo nulla e chiedo scusa per la presunzione, ma potrebbe essere una lieta sorpresa in quanto a originalità».

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