Metti un sabato di gennaio senza Mirko Gori (di E. Ferazzoli)

Storia di un calcio d'altri tempi. Di una maglia indossata per tutta la vita. E che ora a gennaio potrebbe cambiare. Perché il calcio è così. Il pallone rotola. E Mirko Gori attende di sapere.

Elisa Ferazzoli
Elisa Ferazzoli

Giornalista in fase di definizione

Lo guardi giocare e vedi un calcio d’altri tempi. Quel calcio di formazioni che valevano per anni, un calcio fatto di giovani diventati bandiere, gli stessi che se chiudi gli occhi hanno sempre e solo quella maglia là.

Lo guardi giocare da inizio campionato e non sai se a gennaio lo ritroverai in campo col suo numero cinque sulla schiena. Nessuno sa quanto ancora durerà la storia del ragazzino di Tecchiena cresciuto con addosso i colori della propria città. Nemmeno lui lo sa. Eppure non sembra farci caso. Umiltà, dedizione, senso di appartenenza, consuetudine della quale non dover mai dubitare Che i minuti giocati siano 10 o 90, che si tratti delle sue ultime gare in giallo azzurro o che invece troverà l’accordo per il rinnovo del contratto, poco importa. Perché Mirko Gori una volta indossata quella maglia è solo Mirko Gori. Glielo puoi leggere negli occhi.

Mirko Gori

Solido, ruvido, sguardo fiero, coltello fra i denti, orgoglioso e testardo come la terra che lo ha cresciuto. Capace di rincorrere e contrastare ogni singolo giocatore della squadra avversaria fino a portarlo allo sfinimento. Come sabato scorso contro il Pescara, il “man of the match” Mirko Gori è ovunque; è perfino nell’azione che porta alla seconda rete quando dalla bandierina di destra si fa beffa dei due giocatori avversari servendo Camillo Ciano di tacco.

Gori “i piedi buoni” non ce li ha, non fa giocate di prestigio, non infila la palla sotto al sette da punizione, non è uno avvezzo ai goal eppure – chissà perché – va a finire che segni solo in partite di capitale importanza; come nella gara contro Brescia di due anni fa, quando colpì la palla di controbalzo facendola schizzare in porta a velocità inaudita, risvegliando la squadra e invertendo la rotta di un campionato che sembrava compromesso. Nessuno più di Gori sa cosa voglia dire raggiungere traguardi inimmaginabili, fuori dalla tua portata se sei cresciuto senza i piedi di Ronaldo, se non infiammi le curve o se il tuo cartellino non vale come quello di Messi, se sei il Frosinone.

Eppure proprio lui ha pagato più volte lo scotto di esser “uno di casa”; si è sentito dato per scontato da chi scambia una familiare certezza con una superflua consuetudine. Ciò che dovrebbe essere considerato un valore aggiunto difficile da rimpiazzare si è trasformato in una condizione penalizzante non solo nel “sentire comune”.

Mirko Gori

Nemo propheta in patria” sarebbe il caso di dire. Il calcio però è così. Se la società decidesse di continuare la sua strada insieme a Mirko Gori verrebbe contraddetta quell’abitudine del calcio moderno di non vedere più alcun giocatore indossare la stessa maglia per tutta la vita. Chissà allora se a gennaio, di rientro dalla sosta, lui sarà lì con un nuovo contratto. Che correre da una parte all’altra del campo. Sguardo fiero, orgoglio ciociaro ed il suo numero 5 sulle spalle.