Perché ogni bimbo ciociaro dovrebbe sognare di essere Mirko Gori

Eroico Mirko. Il ragazzo partito da Tecchiena catapultato al comando di una banda di 'disgraziati'. Li ha trascinati in una delle imprese storiche del Frosinone. Più forti dei 15 contagi del Covid e degli infortuni.

È rimasto solo lui. Forse c’è sempre stato solo lui. Lui con quegli occhi vispi, lui sempre col fiatone, quello che tutti vedono ancora bimbo, ma che è ogni giorno che passa sempre più uomo. Lui, Mirko Gori, quello che ha visto tanti capitani passare e che domenica, nel momento forse più difficile del Frosinone, il capitano lo ha fatto davvero, ha dimostrato con i fatti quello che in tanti non riescono a spiegare manco a parole. (Leggi qui Frosinone dei miracoli: rimonta il Pordenone 1-1).

Mirko Gori

Mirko Gori da Tecchiena, numero 5 con la maglia gialla, uno che ha dato e preso botte – reali – sui campi di mezza Italia. Ma anche ricevuto schiaffi – metaforici – dagli dei del calcio e dalla fortuna. Non ha fatto una piega quando gli è stato detto “Giochi centrale dietro. Domenica il ragazzino – che però ormai ha 27 anni – ha stretto il nastro arancio sul braccio sinistro ed è andato alla guerra, facendo quello che non ha mai fatto.

Il ragazzino con i galloni da capitano

Alessandro Nesta, uno che sta alla difesa come Einstein sta alla fisica, ha chiesto a Mirko di occupare quella parte di campo in cui non devi farti attirare né dal pallone e né dall’avversario. Quella in cui la tua migliore amica sarà una linea immaginaria. Quella parte in cui dietro di te c’è il deserto, prima del fortino da difendere. Il ragazzo, che domenica è diventato ancor più uomo, ha sbagliato poco o nulla. Ha impostato, ha difeso, ha lottato, ma soprattutto con quella fascia al braccio si è messo alla testa di una banda di disgraziati (nel senso di gruppo colto dalla sorte avversa di 15 contagi Covid, più un grave infortunio con un solo cambio in panchina, malconcio anch’egli) riuscendo nell’impresa di non perdere.

Anzi. Il Frosinone, parliamoci chiaro, domenica col Pordenone ha fatto vedere cose viste poche volte a livello di gioco, da gente – come ad esempio Vitale e Boloca – che mai prima avevano giocato dall’inizio, ma anche Kastanos che da una settimana si allenava per onore di firma. O della classe operaia polacca di Parzyscek e Szyminiski che timbra ininterrottamente da quindici giorni a sta parte. In questa condizione il Frosinone ha pareggiato e al giornalista che all’intervallo ha chiesto al capitano, Mirko, quello col fiatone e gli occhi vispi, come si stesse trovando a giocare da centrale, lui ha risposto: “Bene, bene. Alla fine conta giocare sempre con la testa, bisogna solo dare tutto”. E non stava bluffando, fidatevi. Lui è proprio così.

E poi si torna sulla Terra

Mirko Gori

Quando la partita è finita però, per quello strano gioco di chimica del nostro organismo, i livelli dei diversi ormoni si scambiano, l’adrenalina si affloscia e Mirko cade sulle ginocchia. E’ stremato, eppure se la partita fosse durata 260 minuti, lui avrebbe continuato a correre. Lo ha fatto con una spalla sfasciata e la spalla fa male ad ogni vibrazione se lesionata, figuriamoci se non lo avesse fatto domenica per difendere quella maglia gialla, in quella battaglia quasi impari. 

In ginocchio gli sono passati davanti tutti questi mesi, siamo certi. I dolori, la delusione, le cose poco belle che accadono anche agli eroi, rese ancor più brutte perché magari arrivano da chi non te lo aspetti.

Lì, in ginocchio Mirko è stato raggiunto da Vitale, uno che se non era per questa emergenza il campo lo vedeva col binocolo, si sono abbracciati. Coscienti che dietro quel misero punto ci fosse qualcosa di grande, di enorme, di troppo complicato da spiegare a parole. Eppure Mirko ci ha provato, lo ha fatto su Facebook, il giorno dopo. “I nostri valori determinano il nostro carattere. Il nostro carattere determina il nostro valore”. Poi tre emoticon: spade incrociate e due cuori, uno giallo ed uno azzurro. Parole che viste così potrebbero suonare come una vuota frase di motivazione, uno di quei mantra che si ripetono sotto le foto di instagram, intrisi di sudore in una palestra. Invece in questo contesto, scritte da questo ragazzo, rappresentano molto di più.

Il riscatto di Mirko

Mirko Gori, sale sul bus della storia del Frosinone

Quelle parole rappresentano il riscatto di un giovane uomo, uno che avrebbe potuto chiedere e pretendere, ergendosi a capopopolo, autoproclamandosi bandiera, eppure non lo ha fatto. Non ha mai rivendicato il suo essere figlio unico di una cantera avara di talenti, non ha mai sbattuto i pugni e non è mai stato sopra le righe. Ha gioito, ha pianto, ha riso, ha sofferto ed ha sopportato, sempre dalla stessa parte, fino a domenica. Giorno in cui, una volta di più, il ragazzo s’è fatto uomo. 

Domenica 27 Mirko Gori ha stretto la fascia al braccio ed ha lottato, come solo lui sa fare, ma stavolta con i gradi giusti. Ora sta ai generali capire che un condottiero così, uno che non chiederà mai di essere un gradino sopra ad un altro, possa diventare l’esempio di ogni bimbo che inforca quella maglia gialla.  

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