I protagonisti del giorno. Top & Flop del 5 novembre 2019

Top & Flop. Ogni notte, i protagonisti della giornata appena conclusa. Per capire meglio cosa ci attende l’indomani.

TOP 

NICOLA ZINGARETTI

Il segretario del Pd non molla la presa. Il giorno dopo la “botta” contro Matteo Renzi nel salotto di Giovanni Floris a DiMartedì, Nicola Zingaretti ha rincarato la dose. Su tutti i fronti. Dicendo ai capi corrente del Partito Democratico che l’unità non è un optional ma va dimostrata sul campo in questo momento delicato.

Nicola Zingaretti © Imagoeconomica, Sara Minelli

Ha ribadito a Italia Viva di Renzi che non si può stare al Governo da nemici e che lui non è disposto ad andare avanti se non ci sono le condizioni giuste. Ma soprattutto ha fatto capire ai Cinque Stelle che governare un Paese come l’Italia non è un esercizio dialettico da dopolavoro, ma un impegno che richiede sacrificio e competenze.

Ha perso la pazienza, anche se ha trovato la frase giusta: “Il Pd non vuole il voto ma il buon governo”. In realtà “Zinga” si sta preparando anche all’eventualità delle urne. In questa fase non sente nessuno. E fa bene. Sovietico.

GIANCARLO GIORGETTI

Il cardinale Richelieu della Lega è ancora politicamente vivo. Da tre mesi si è posizionato in quarta fila, perché sa che lui incarna l’anima governativa del Carroccio, mentre in questa fase servono “gli occhi della tigre” del Capitano Matteo Salvini.

Giancarlo Giorgetti © Imagoeconomica, Livio Anticoli

Però ha gettato lì una frase politicamente pesantissima. Spiegando: “Adesso anche il Partito Democratico ha scoperto cosa è il Movimento Cinque Stelle”. Non occorre un latinista per l’interpretazione.

Il leghista ha detto che i Cinque Stelle non possono governare un Paese come l’Italia. Un gioco di sponda anche con i Democrat, perché in futuro può succedere di tutto. Ma intanto è evidente che la Lega ha lanciato l’opa sull’intero elettorato del Movimento Cinque Stelle.

Il cardinal Giorgetti ha sentenziato. Benedizione letale.

FLOP

LUIGI DI MAIO

Mai come in questa fase è emersa chiaramente l’inadeguatezza del Movimento Cinque Stelle a governare. Non esiste una linea programmatica, non esiste una classe dirigente, non esiste un respiro politico. Sono rimasti nel guado.

Luigi Di Maio © Imagoeconomica, Livio Anticoli

Da un lato hanno archiviato la stagione del “vaffa”, le dirette streaming e la lotta dura e pura nelle piazze. Dall’altro non hanno preso coscienza del fatto di essere a Palazzo Chigi e nei Ministeri. Oltre che in un contesto internazionale.

La vicenda dell’Ilva ha definitivamente tolto la maschera ad un Movimento politicamente finito. Inoltre il fragoroso e sostanziale silenzio di Luigi Di Maio cala il sipario su un’intera stagione. Possono restare al governo, possono continuare a ripetersi fra loro che Giuseppe Conte vale Alcide De Gasperi e Luigi Di Maio ricorda Giulio Andreotti.

Ma in realtà sanno bene di essere arrivati oltre il capolinea. Tonno in scatola.

BONGIORNO-RAMPELLI

Sono due pezzi da novanta dei rispettivi Partiti. Giulia Bongiorno della Lega, Fabio Rampelli di Fratelli d’Italia. I loro nomi in queste ore vengono dati in pole position per la candidatura più complicata d’Italia, quella a sindaco di Roma.

Fabio Rampelli © Imagoeconomica, Benvegnu’ Guaitoli

Alle elezioni capitoline manca ancora tantissimo (sono previste nel 2021). E se è vero che contro Virginia Raggi la vera impresa sarebbe perdere, è anche vero che l’antica regola che i primi nomi che vengono fatti sono quelli destinati ad essere bruciati mantiene una sua logica.

Giulia Bongiorno e Fabio Rampelli lo sanno bene e infatti devono aver sentito puzza di bruciato. Li hanno… sbilanciati.

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