Civita: «Zingaretti si deve ricandidare». Nel Pd… effetto Pdl sulla riforma

Nel Pd in Regione Lazio l'effetto PdL sulla Riforma Elettorale: come accadde al centrodestra. Allo stesso modo, potrebbe esserci il ripensamento sull'abolizione del listino. Renderebbe meno governabile la Regione.

«Nicola Zingaretti? Mi sembra chiaro che si deve ricandidare: in caso contrario sarebbe una grave perdita per il Lazio»: Michele Civita è l’assessore regionale alle Politiche del Territorio. E’ ad Aquino per spiegare ai tecnici del circondario le novità introdotte con la Legge Regionale di Rigenerazione Urbana. «Recupero degli immobili abbandonati, aumento della cubatura per chi ristruttura i ruderi, premi per chi favorisce il risparmio dell’energia o il recupero delle acque piovane… E’ una legge che è la sintesi dell’amministrazione Zingaretti: semplifica le norme sull’edilizia, riduce la burocrazia, fornisce vantaggi ai cittadini».

 

Già. Ma allora perché il governatore tarda ad annunciare la sua ricandidatura? (leggi qui ‘Melilli cerca disperatamente Zingaretti: per la ricandidatura’) L’assessore butta la palla in calcio d’angolo: «Non c’è fretta, l’importante è avere lavorato bene in questi anni nel nome di Zingaretti». Vicino a lui l’assessore Mauro Buschini sente la domanda e si allontana per una telefonata. Il segretario provinciale Dem Simone Costanzo (che era alla scorsa Direzione Regionale, leggi qui) disinnesca: «E’ prematuro parlare di candidature, bisogna prima aspettare le nuove leggi elettorali».

 

I corridoi della Pisana dicono che il nodo continua ad essere proprio la legge elettorale. Nicola Zingaretti non è disposto a ricandidarsi se non ha la garanzia di poter governare: i dieci consiglieri che entrano automaticamente con il listino bloccato abbinato al candidato governatore che vince, rappresentano quella garanzia. Sono la sua guardia pretoriana. Senza di loro qualsiasi Governatore corre il rischio di finire ostaggio dei Partiti.

 

Ma il problema, sulla definizione di quel testo di legge, in Regione Lazio c’è. Giovedì 28 la Commissione Affari Istituzionali si è limitata a discutere i nodi sollevati dagli esperti ascoltati nelle sedute precedenti: il testo non l’ha proprio esaminato. L’ultima riunione in ordine di tempo è stata sconvocata: ufficialmente per impegni di alcuni commissari di più gruppi.

 

Le questioni sulla parità di genere (equilibrio tra i candidati dei due sessi) e sulla doppia preferenza (due voti, anziché uno soltanto, ma a condizione di votare un uomo ed una donna) sono questioni marginali. Il vero nodo è il listino che accompagna il candidato presidente. Il Gruppo Pd è diviso. Lo stesso Nicola Zingaretti era partito con  l’intenzione di abolirlo, il capogruppo Massimiliano Valeriani all’inizio della consiliatura aveva sottoscritto la proposta di legge che prevedeva la soppressione.

 

Cinque anni di governo della Regione Lazio hanno fatto capire a Nicola Zingaretti che l’ente Regione è una cosa diversa dalla Provincia o dal Campidoglio. E che una squadra di fedelissimi rappresenta la garanzia di poter lavorare, evitando molte delle trappole e degli incidenti di percorso che in politica ci stanno. L’ultimo in ordine di tempo, imbarazzante, è stato l’Ordine del Giorno con cui l’aula gli ha chiesto la revoca delle deleghe al suo assessore alla Cultura Lidia Ravera (leggi qui ‘Zingaretti va a Fiuggi e la maggioranza gli silura Ravera’).

 

Un episodio che ha fatto riflettere più di qualcuno. Senza contare il problema di come ridistribuire i dieci consiglieri: spalmandoli nelle cinque Province? Eliminandoli? Assicurando la metà a Roma ed il resto ai territori? In ogni caso equivarrebbe ad alterare gli equilibri di potere. Dovunque.

 

In settimana è convocata un’altra seduta della Commissione Affari Istituzionali. Ma nel Pd l’accordo ancora non c’è. Per questo la seduta si concentrerà un’altra volta  sui cavilli giuridici e non entrerà nel merito né del testo né delle proposte di correzione.

 

La situazione ricorda molto il dibattito che avvenne, a parti invertite, nelle ultime fasi del governo regionale di centrodestra guidato da Renata Polverini. Anche lì si mise mano al testo della legge elettorale: bisognava ridurre il numero dei Consiglieri da 70 agli attuali 50. E abolire il listino bloccato. Ma alla fine il testo passò solo nella parte che riduceva l’aula (altrimenti chiunque avrebbe potuto impugnare le elezioni e farle invalidare). Perché il centrodestra si accorse che l’eliminazione del listino non conveniva. A nessuno.

 

Proprio le modifiche Polverini hanno introdotto una data certa per il voto regionale: un arco di 60 giorni, dai 30 precedenti la scadenza naturale ai 30 successivi. Non oltre.  Nel caso del Lazio il range è tra il 25 gennaio e il 28 marzo del 2018. Rappresenta un bel vantaggio per Nicola Zingaretti: gli evita di andare alle urne insieme alle elezioni per Camera e Senato. In questo modo è libero di costruire una coalizione svincolata dai legami stretti da Matteo Renzi su scala nazionale. E di correre per vincere, senza vincoli, come gli garantiscono i dieci consiglieri del listino.

 

 

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