Congresso del Pd, perché chi arriverà in testa alle primarie vincerà il congresso

Impossibile pensare ad un’operazione di Palazzo che veda gli sconfitti alleati per far perdere il vincitore. In realtà il punto chiave è quello della piattaforma condivisa, che sia Nicola Zingaretti che Marco Minniti potrebbero assicurare. Sullo sfondo le scelte di Matteo Renzi, forse tentato dal modello Macron. Ma non sarebbe la stessa cosa.

Nicola Zingaretti o Marco Minniti? Chi vincerà il congresso nazionale del Partito Democratico?

E davvero, nel caso nessun candidato dovesse raggiungere il 50% + uno dei consensi alle primarie, sarebbe l’Assemblea Nazionale a decidere sulla guida politica di quello che resta in ogni caso il maggior partito della sinistra italiana?

In altri termini, sarebbe davvero concepibile che il secondo e il terzo classificato si alleassero per far perdere il primo, cioè quello votato maggiormente dalla gente?

Sarebbe complicato, un’operazione contro ogni tipo di logica di partecipazione democratica. E con il rischio di essere percepita come un inciucio degli sconfitti, con cui togliere di mezzo il candidato che la maggioranza degli elettori voleva vincitore.

 

È presumibile pensare che chi arriva in vantaggio alle primarie, anche senza raggiungere la maggioranza assoluta, poi potrà diventare segretario.

Se oggi Marco Minniti annuncerà che sarà della partita, allora è fra lui e Nicola Zingaretti che si snoderà il duello. Sullo sfondo naturalmente c’è Matteo Renzi, non soltanto un semplice senatore, ma in realtà ancora l’azionista di maggioranza del Partito.

Resta da vedere se tutti i renziani, della prima e dell’ultima ora lo seguiranno nelle indicazioni che vorrà dare. (leggi qui I renziani si dividono, Minniti e Martina decidono dopo l’assemblea di sabato) Resta da vedere, soprattutto, se continuerà a far parte del Pd pure nel caso risultasse in minoranza o se non sarà tentato da un esperimento alla Macron.

 

Già, Emmanuel Macron: a sinistra c’è chi guarda all’operazione En Marche, grazie alla quale è diventato presidente della Repubblica Francese. Ma attenzione, i contesti sono profondamente diversi.

Intanto il sistema elettorale francese: i cittadini scelgono direttamente il presidente della Repubblica attraverso un doppio turno che alla fine riunisce il fronte repubblicano se l’avversario è Marine Le Pen. Al primo turno Macron ha preso i voti di un francese su quattro. E’ poi al ballottaggio che si è fatta la differenza.

Ma quando ha vinto, Macron era al massimo della popolarità e della forza politica (è sceso adesso, non allora). Matteo Renzi no, è in fase fortemente discendente. E poi quali spazi di manovra avrebbe? Considerando che il centro moderato da tempo non incide nelle dinamiche politiche nazionali. Vedasi i risultati e i sondaggi della Lega e del Movimento Cinque Stelle.

 

Il vero terreno sul quale si giocherà il congresso del Pd è quello della condivisione di una piattaforma condivisa. Tra Zingaretti e Minniti è possibile, perché l’ex ministro dell’Interno ha il sostegno di Renzi ma non è un esponente del Giglio Magico.

Sono ore decisive per le candidature nel Pd. La mossa finale spetterà comunque a Renzi.

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