L’armata Brancaleone che rischia di finire nel nulla (di F. Ducato)

Nessun gioco di squadra. Anagni questa volta molto difficilmente riuscirà ad eleggere un consigliere provinciale. Il ruolo degli egoismi. Il dramma nel Pd. L'astuto gioco di Natalia

Franco Ducato

Conte del Piglio (ma non) in Purezza

Se fosse un film, il titolo sarebbe senz’altro ripreso dal capolavoro del 1965 di Mario Monicelli: L’armata Brancaleone. Poi magari bisognerà capire a chi assegnare il ruolo che fu di Vittorio Gassman ed a chi dare il posto di Gian Maria Volonté. Ma l’effetto generale è quello. Un insieme di personaggi molto diversi tra loro, spinti ognuno da motivazioni diverse, senza un senso di squadra nel nome della città. Il che rende tutto un’operazione scalcinata. Con una differenza. Nel film si respira, in qualche modo, un’aria di solidarietà, se non di eroismo e di valore. Che in questo caso manca completamente.

L’armata Brancaleone, neanche a dirlo, è quella che si è creata ad Anagni in vista delle elezioni provinciali. La logica (e magari anche il senso della politica) avrebbe suggerito un lavoro concordato assieme, superando per una volta incomprensioni e gelosie, per assicurare ad Anagni un consigliere provinciale. Come era stato l’ultima volta con Maurizio Bondatti. Per eleggerlo in Provincia, nello scorso mandato il centrosinistra fece squadra, si otturò il naso e si diede due pizzichi sulla pancia. Non perché all’allora consigliere Bondatti si rimproverasse qualcosa o avesse chissà quali difetti. Ma perché anche all’epoca c’erano giustamente rivendicazioni personali di altri gruppi, nella maggioranza guidata dal sindaco Fausto Bassetta. Vennero messe da parte, i voti si concentrarono su uno solo. Lo si mandò a piazza Gramsci. Troppo difficile farlo oggi.

Si è preferito andare in ordine sparso. Ogni schieramento politico portato avanti da vanità personali. Ed il risultato è che, a meno di miracoli, Anagni sarà ancora più invisibile di quanto non lo sia ora sui radar del territorio della provincia.

A partire dalla maggioranza. Dove l’unità di intenti tanto sbandierata in pubblico è, evidentemente, solo una teoria. E dove a fare la voce grossa è stato Riccardo Ambrosetti, il volto maschio di Fdi, che ha scelto di candidarsi senza se e senza ma. Una candidatura vagheggiata dal momento dell’esclusione dalla giunta di Natalia. E probabilmente arrivata come un risarcimento. Quanti voti poi Ambrosetti prenderà (oltre a quelli certi, il suo e quello di Davide Salvati) è da vedere. Forse, si dice, un aiuto potrebbe arrivare dal gruppo dei Cuori anagnini (Marino e Pietrucci), ma anche qui è tutta da dimostrare.

Stesso discorso per la candidatura di Elvio Giovannelli Protani. Pure in questo caso una candidatura arrivata più per orgoglio di Partito che per logica politica. La Lega, che dalla sconfitta nella gara per la candidatura a sindaco in poi non manca occasione per rimarcare la propria identità, ha voluto farlo anche in questa circostanza. Giovannelli Protani non è quello che si dice un trascinatore di folle: ma alle Provinciali conta meno di niente, votano sindaci e consiglieri comunali. Questo passa il convento tra i salviniani anagnini e se i voti arriveranno o no non dipenderà dalle folle bensì dagli input che darà il Carroccio. Che, nella scelta dei candidati, ha privilegiato Frosinone, segando all’ultimo istante Sora. Quanto intenda investire su Anagni o solo ricavarne i voti, si vedrà fra tre settimane.

Potrebbe aver più chances, paradossalmente, Danilo Tuffi, aiutato dal suo profilo civico e dalla professione, che lo ha portato, negli anni, ad avere parecchie relazioni trasversali. Che potrebbero giovargli ora.

Stesso discorso, in opposizione, per Gianluigi Ferretti. L’uomo di Alfredo Pallone porta con sé una solida carriera personale che potrebbe valere più di qualcosa. L’intreccio di conoscenze e di legami in tutto il nord del Territorio potrebbe rivelarsi molto utile.

Per l’opposizione poi, un discorso a parte va fatto per il Partito Democratico. Il fatto di non avere una maggioranza di governo alle spalle ha imposto una scelta dolorosa. Senza i voti necessari per ‘sostenere’ un’elezione è inutile impegnare una casella per una candidatura in una città seppure prestigiosa come Anagni.

Il che, tradotto all’atto pratico, significa che questa tornata non vede candidati anagnini del Pd per le Provinciali. Fino alla fine è rimasta pronta, se fosse stato necessario, Sandra Tagliaboschi, che porta avanti lo stendardo di una famiglia che ha rappresentato il Partito in Città negli ultimi 10 anni. Una scelta, era stato detto a suo tempo, di retroguardia, dettata soprattutto dalla necessità di rimanere in qualche modo sul territorio, in attesa dell’invitabile cambio della guardia e di regime. Neanche quello.

Politicamente, ne consegue che l’assenza dalle liste anche dell’ultima dei tre fratelli significa una cosa sola; che, al momento, nessun elemento del Pd in città è in grado di garantire una qualche forza trainante nell’intero circondario, capace di aggregare altri consiglieri di altri Comuni, in vista delle prossime elezioni. Di più: del Partito che nel 2014 aveva rappresentato la riscossa dopo gli anni della destra, non c’è più traccia. Si è perso dietro liti e veti incrociati. Ed è deflagrato definitivamente dopo la decisione di dire basta all’avventura di Bassetta. Decisione che il Pd a livello provinciale, non è un mistero, ha dovuto subire, senza averla mai accettata. Un elemento che ha probabilmente pesato in questa circostanza.

Ora i nodi sono arrivati al pettine. Arriva a compimento il percorso iniziato dopo il tracollo ai gazebo per il congresso regionale. Quelle 31 tessere presenti alla Convenzione che avevano fatto parlare di Partito agonizzante. Anche le primarie di marzo, in tal senso, sono state una conferma. Gli oltre 530 voti in città certificano che una forza di sinistra c’è. Ma non si identifica più nel quadro dirigente che rimane, ancorato più al passato che volto verso il futuro.

I militanti guardano ora al congresso locale da fare in fretta. Per tirare una riga e ricominciare. E per cercare di non rassegnarsi ad un futuro di lunga opposizione.

Due righe, infine, per il sindaco Natalia. Che avrebbe potuto, a ben vedere, spendersi di più per evitare questo fiorire di nomi che rischia di essere destinato allegramente a cadere nel nulla. Ad esempio candidandosi lui e bloccando sul nascere, almeno per la maggioranza, il bailamme che si è creato. Per dare ad Anagni una speranza più concreta di una rappresentanza provinciale.

Perché ha deciso altrimenti? Una prima ipotesi, poco lusinghiera in effetti, è che, al di là delle attestazioni di stima di Tajani sabato scorso alla Sala della Ragione, il nome di Natalia, in Forza Italia, conti poco al di fuori della città. In realtà la risposta è un’altra, più gratificante: Natalia ha preferito mandare di proposito allo sbaraglio i suoi consiglieri, per raccogliere i pezzi dopo, e dimostrare alle forze che lo sostengono in Comune la sua indispensabilità. Una strategia di rafforzamento locale. Che però finirebbe per far contare meno la città nel gioco più grande della realtà provinciale. Ma per raggiungere un obiettivo simile occorre una squadra diversa. Non un’armata Brancaleone.

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