Fracchia e le attese di Quinto Fabio Massimo Zingaretti il temporeggiatore

Il dibattito di questi giorni mette in luce la totale assenza di candidati pronti e preparati all'interno dei Partiti. Devono andare a bussare alla cosiddetta "Società civile". Che si tiene ben distante da tanta approssimazione. Storie da Fracchia la Belva Umana

Franco Fiorito

Ulisse della Politica

Dopo una lunghissima tiritera sul nome di Zingaretti il Pd candida a sindaco di Roma Gualtieri ex ministro dell’economia. Quello delle misure dei fantastiliardi di Conte per intenderci. Quello che Borghi parlamentare oltranzista della lega in un noto intervento in parlamento definì come Fracchia. Noto personaggio di Paolo Villaggio.

Certo in alcune movenze e nella cadenza vocale un po’ gnegnegne il buon ex ministro, ad essere maligni,  ricorda qualcosa del noto personaggio cinematografico. Eppure è stato un esponente di rilievo del Partito prima in Europa, poi nel governo con un dicastero importantissimo in un momento delicatissimo, ed ora come candidato addirittura nella Capitale d’Italia.

Tuttavia non viene considerato un gran candidato, sembra un momentaneo ripiego in attesa della vera decisione di Zingaretti. Parafrasando Verdone quando diceva “nun è manco dottore è dottorino!” Gualtieri, nonostante il suo cursus honorum è un “candidatino” legato alle interminabili ed incomprensibili attese di Quinto Fabio Massimo Zingaretti il temporeggiatore.

L’attesa del piacere di Zingaretti

Un frame della celebre pubblicità Campari

Ecco le attese di Zingaretti per l’appunto. Ricordate la pubblicità del Campari che si chiedeva “se l’attesa del piacere fosse essa stessa il piacere”?

Quel morbidone di Zingaretti o per troppa pubblicità, o per troppi Campari nel periodo dell’aperitivo coi cinesi, deve aver assimilato il concetto talmente a fondo che nel momento in cui tu pensi dopo interminabili attese ecco adesso fa qualcosa, zacchete lui ti frega e non fa niente, zero, nada.

Ricorda per molti versi l’imitazione fatta da Guzzanti di Romano Prodi che davanti al semaforo al cambio dei tre colori si vantava di rimanere ad ognuno fermo li. Immobile. E dev’essere un metodo in voga perché entrambe hanno fatto potenti carriere. Poco comprensibile a chi antiquato come me è cresciuto col concetto che la politica è idea che si fa azione.

Chissà se poi Gotthold Ephraim Lessing ottimo filosofo e drammaturgo illuminista tedesco autore dalla frase “l’attesa del piacere è essa stessa il piacere” pensasse di ispirare dopo secoli una classe politica di attendisti ad oltranza che con le loro “non scelte” riescono solo a confonderci. Oltretutto passivamente. (Leggi qui Ciociaria senza anticorpi contro la pandemia economica).

I candidati toppa e non progetto

Ma il prode Gualtieri non è che l’epigono dei tanti, troppi, candidati di cartello che sfilano negli ultimi anni nelle più importanti sfide amministrative messi più come una toppa che come un progetto politico.

Tutti fonte di un gigantesco ribaltamento dello spirito originario della attuale legge sull’elezione dei sindaci che in un momento storico molto importante spaccò in due l’opinione pubblica costringendola a schierarsi, a scegliere. Non più solo per un Partito di riferimento ma per una persona.

Francesco Rutelli e Gianfranco Fini, avversari alle Comunali di Roma (Foto Paolo Cerroni / Imagoeconomica)

Ne uscirono duelli memorabili. Forse il più noto quello tra Fini e Rutelli a Roma. Che solo a nominarli a paragone della sfida Raggi vs Gualtieri e, per ora, Mister X della destra mette una tristezza. Ma una tristezza.

Anche allora infatti c’era un terzo incomodo, non lo ricorda nessuno era il prefetto Caruso candidato a sindaco della Democrazia Cristiana accreditato di un sicuro ballottaggio ma poi spazzato via da Gianfranco Fini che lo surclassò per l’ingresso nel duello con Rutelli.

Io da giovanissimo militante della sezione di piazza Bologna dove era iscritto anche Fini e già precoce dirigente del Partito a Roma quella campagna l’ho vissuta tutta dal primo all’ultimo momento. Un’escalation continua fino alla chiusura della campagna elettorale al Palaeur di Roma, gremito per l’occasione, come dicono i telecronisti. Infatti l’introduzione al candidato missino la fece Enrico Ameri nota voce radiofonica e televisiva. E Fini, che in quell’epoca era ancora un politico vero, dopo qualche saluto iniziale pronosticò a gran voce il suo ingresso al ballottaggio ed apostrofò il prefetto Caruso come un “pesce lesso” provocando un’ovazione dei presenti. In ogni ordine e grado avrebbe detto Ameri.

Ecco, come dicevo, anni luce rispetto ai duelli odierni così tristi e spompati.

L’elfasindaca dei Cinque Stelle

Che poi volendo essere ancora più tassonomici e puntigliosi il Pd, seppur un Fracchia, un candidato lo ha messo. I Cinque Stelle obtorto collo confermano l’elfasindaca.  Il centrodestra manco quello. Ma possibile che una coalizione numericamente importante e da anni abituata a concorrere dalla stessa parte dello schieramento si riduca a questo triste teatrino di mezze richieste, propostine a mezza bocca, abboccamenti e non abbia invece candidati preparati pronti e rappresentativi da mettere in pista?

Virginia Raggi (Foto: Leonardo Puccini)

Solo questa settimana su Roma e Milano abbiamo assistito alla candidatura di Bertolaso ed Albertini, diciamo due nomi non proprio nuovissimi, ma che una volta proposti come candidati si sono affrettati a rifiutare e comunicare pubblicamente il loro diniego. Che uno ingenuo come me si chiede: ma prima di proporli come candidati una telefonata gliel’avete fatta? Perché non solo sembra cadano dalle nuvole ma si affrettano a rifiutare come se gli avessero dato dei babbei invece di candidarli a sindaco.

Invieremo ai leader di centrodestra una traccia di “se telefonando” cantata da Mina su parole di Maurizio Costanzo, come ispirazione di un nuovo modello organizzativo di Partito.

La furbizia di Virginia anti Fracchia

In tutto questo bailamme però, furba come una fagiana, attenta come un lemure e scattante come un bradipo brilla per solidità Virginia Raggi. Sindaco uscente.

Lei deve aver intuito prima di noi la tecnica Gualtieri Fracchia – Prodi dell’immobilità. Perché per cinque anni l’ha praticata con religiosa dedizione. Scrupolosamente. Tanto che in virtù di questa moderna strategia ed in attesa dei veri candidati, viene orribilmente accreditata di un nuovo ingresso al ballottaggio.

Ogni tanto prova a muoversi eh, ma fa danno. L’altra settimana ha asfaltato i sampietrini del lungotevere per farci una pista ciclabile. Infatti è subito intervenuta la sovrintendenza bloccando i lavori. Non tanto perché erano orribili ma perché dicono “non hai fatto niente per cinque anni adesso è illegittimo che ti muova”. Per riderci sopra.

Dunque, ricapitolando, i Partiti, che non hanno altro da fare che questo, non riescono nemmeno ad individuare dei candidati. Quando ci riescono sono dei moscioni piazzati dall’alto senza carisma alcuno. Ed invece della campagna elettorale attendono una vincita immotivata e casuale mai frutto di loro scelte ma semmai di sbagli degli avversari.

Un po’ come quei soggetti che trovi dentro ai bar che aspettano, tirando tra un Campari e l’altro, l’elezione ogni ora dei numeri del lotto sperando in una vincita che forse non ricordano nemmeno come hanno giocato. Non tanto per un premio che cambi veramente la vita ma almeno per ammortizzare il costo degli aperitivi e patatine.

A livello locale poi c’è da sorridere poco e niente, tranne qualche raro caso le candidature sono tutte in alto mare. Ogni volta non si comprende che tirare fino all’ultimo una candidatura vuol dire, non solo avere meno tempo per idee e programmi, ma soprattutto mettere gli sconfitti nelle scelte, quelli che non saranno candidati, nella condizione psicologica di dover sostenere qualcuno per cui in quel momento non provano nessuna simpatia. Anzi.

Poi, intendiamoci, le sorprese esistono e talvolta anche candidati apparentemente innocui e paracadutati all’ultimo momento sfoggiano buone campagne e possibili vittorie. Ma sono casi.

Metti ad esempio che il buon Fracchia Gualtieri in omaggio al suo predecessore cinematografico si trasformi in Fracchia la belva umana e con un repentino cambio di personalità spazzi via tutti assumendo le sembianze non più dell’innocuo impiegato ma del rude boss. Allora diventerebbe possibile ogni risultato anche sulle elezioni di Roma.

Aspettando gli sviluppi su Zan

La scena dello stornellatore

Ma lo deve fare nel più breve tempo possibile. Perché la ricordate la scena cult di Fracchia la belva umana quando il commissario Auricchio interpretato da Lino Banfi fa irruzione al ristorante La Parolaccia e viene accolto da uno stornellatore romano che dopo averlo squadrato da cima a fondo esordisce cantando: “E benvenuti a sti frocioni, belli grossi e capoccioni, e tu che sei un po’ frì frì, e dimmi un po’ che c’hai da dì!
Al che il Commissario Auricchio senza scomporsi replica: “Non sono frocione, non mi chiamo frì frì, sono commissario e ti faccio un culo così!”.

Ecco se non si sbriga, prima dell’approvazione del tanto dibattuto decreto legge Zan, e lo dico oggettivamente senza che valga come presa di posizione preconcetta, quel video cliccato milioni di volte su Youtube contenente l’espressione offensiva di fr…dovrà essere cancellato e non più mandato in onda al pari del film e gli autori ed i riproduttori puniti ai sensi della legge.

Quindi cancellati tali e nobili modelli culturali, di Fracchia rimarrà solo quello moscio non più la belva umana, in grado, forse, di vincere le elezioni. Si sbrighino allora i Gualtieri ed i candidati ispirati allo stesso modello perché i tempi cambiano velocemente ed anche i costumi come diceva il nostro Cicerone.

Io intanto canticchiando lalà lalà lalà mi vado a riguardare il video dell’arrivo alla Parolaccia che, capolavoro del trash, mi ha sempre fatto ridere, prima che me lo tolgano dalla circolazione.

In attesa che qualche candidato miracolato, sia di destra che di sinistra,  vinca elezioni così importanti come quelle che ci aspettano nei prossimi mesi, come si dice volgarmente “per una botta di culo”.

Ma forse neanche questo si potrà dire più. O tempora. O mores.

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