I ballottaggi contemporanei e l’ingiustizia rotativa

I ballottaggi e la tecnica dello struzzo: la fuga dai confronti. Dovuta spesso a candidati senza idee. Con situazioni al limite dl ridicolo

Franco Fiorito

Ulisse della Politica

“In Italia non esiste giustizia distributiva. Ne tiene le veci l’ingiustizia distribuita. Per cinque anni il sindaco  del partito rosso perseguita gli uomini del partito nero e distribuisce cariche o stipendi agli uomini del partito rosso. La situazione sarebbe intollerabile se dopo cinque anni essendo salito al potere il sindaco del partito nero, questi facesse le cose giustamente. E’ chiaro che lascerebbe almeno una metà dell’ingiustizia antecedente. Perciò il sindaco del partito nero fa tutto il rovescio dell’altro; distribuisce cariche e stipendi agli uomini del partito nero e perseguita gli uomini del partito rosso. Così l’ingiustizia rotativa tiene luogo della giustizia permanente.”

Così scriveva Giuseppe Prezzolini nello straordinario capolavoro di ironia e sagacia “Il Codice della vita italiana” pubblicato nel lontano 1921.

Ma seppur grottesco, il quadro dipinto un secolo fa, ha simpatici ed inquietanti tratti in comune con la realtà attuale. In particolare da quando sotto la spinta di Mariotto Segni, prematuramente passato al dimenticatoio, la riforma dell’elezioni dei sindaci ha istituito la figura del ballottaggio in seno all’elezione diretta dei sindaci.

Prima le segreterie di Partito la facevano da padrone scegliendo i sindaci attraverso cencelliani accordi di Partito. La scelta diretta da parte dei cittadini fu una rivoluzione copernicana che diede vita sin dal principio a duelli, già spesso citati, di assoluto valore. Combattuti ed appassionati.

Il ballottaggio anestetizzato

Foto: Andrea Pangerossi / Imagoeconomica

Ecco oggi quella formula sembra ingiustamente segnare il passo anestetizzata da candidati, Partiti e schieramenti sempre più timorosi. A partire dalla fase delle candidature dove i leaders ormai non rischiano più in prima persona e si abbandonano a delle figure meno importanti e dunque meno a rischio figuraccia, in genere controllabili, ma certamente meno affascinanti.

E gli scenari che ne escono, invece dei grandi duelli delle sfide di programma degli infuocati dibattiti televisivi che tanto ci hanno appassionato sono essenzialmente due.

Il primo è che sotto il peso organizzativo delle liste o per concreta mancanza di conoscibilità e di personalità pubblica, una delle parti stravinca già al primo turno senza alcuna competizione. E possiamo dire, prendendo gli esempi di domenica scorsa, sia valso per grandi città come Milano, Napoli, Bologna. In cui i primi cittadini di centro sinistra sono stati eletti con percentuali bulgare al primo turno, direi quasi umilianti.

Il secondo scenario di cui vedremo lo svolgimento la prossima domenica ma del quale percepiamo nitidamente le caratteristiche già oggi è quello di ballottaggi mosci. Nei quali invece del tono della sfida prevale la fuga dal confronto, la tecnica dello struzzo della testa sotto la sabbia ed il mero calcolo matematico della somma dei potenziali elettori usciti dal turno precedente.

Ma la gente vuole decidere

Foto: Canio Romaniello / Imagoeconomica

Eppure la gente ha ancora voglia di scegliere, lo avevamo scritto la scorsa domenica che avrebbero potuto essere protagonisti quelli che avevano detto no ai vessilli di Partito. (Leggi qui C’è chi dice no: da Vasco fino alle Comunali).

La nostra provincia ne è un nitido esempio, dei quattro sfidanti nei ballottaggi ad Alatri e Sora solo uno corre sotto le insegne di Partito. A Roma Carlo Calenda non ha raggiunto il risultato voluto ma ha dimostrato che si poteva fare ed in realtà ne è stata dimostrazione plastica. Arrivare al venti percento con un Partito da percentuali bassissime, superare in voti il sindaco uscente e risultare la prima lista votata non è poco. Peccato per lui che, in un paio di giorni, ha già dissipato la credibilità costruita in campagna elettorale schierandosi dopo pochi minuti con chi aveva combattuto fino a poco prima.

Ma la gente ha voglia di decidere. Ed il ballottaggio è una partita a sé. Non bisogna mai cullarsi sugli allori. Però stavolta invece di esaltare la sfida sembra si sia instaurato un clima soporifero che io trovo francamente deprimente.

La fuga e l’appello

Foto: Andrea Panegrossi / Imagoeconomica

Vi faccio due esempi di quello che intendo.

Il primo è la fuga. Per ora non abbiamo assistito a nessun vero dibattito né televisivo né altrove perché oggi i candidati tendono ad evitarlo. A livello locale come a quello della metropoli. Il calcolo è semplice, sono in vantaggio? L’elettorato residuale del primo turno tendenzialmente è a mio vantaggio? Allora fuggo, mi sottraggo. Perché se nel confronto vado male sono finito e non ho più tempo di recuperare. Se ci pensate un concetto agli antipodi rispetto alla volontà della legge sull’elezione diretta che esalta invece le personalità dei primi cittadini.

Il secondo è l’appello a tornare a votare. Avete fatto caso sui social e sui mezzi di comunicazione su cosa vertono le comunicazioni dei candidati? Tornate a votare. Non la ragione, ma solo il gesto ripetitivo di tornare a votare. Perché come abbiamo spiegato prima si pensa che basti ripetere la prestazione del primo turno. Nessuno scrive una parola sul perché bisogna votarlo. Nessuno focalizza sul programma. Nessuno sfida sui temi. Stanno tutti chiusi a testuggine in attesa degli eventi. Si attende l’ondata nemica in cui si saprà se si soccombe o si prevale.

Dalla ballotta in poi

Foto: Carlo Lannutti / Imagoeconomica

Eppure il concetto stesso di ballottaggio oggi come nella storia è un nobile esempio di scelta, di decisionalità.

La ballotta, che sembra derivi da una italianizzazione del vocabolo palla in francese, è comunemente una castagna. Lessata con tutta la buccia. Ancora la chiamiamo così pure da noi in Ciociaria. Come la chiamavano i fiorentini nel medioevo. Che si riunivano per l’appunto nella “Torre della castagna”, ancora splendidamente eretta nel centro di Firenze, per decidere e votare rispetto alle questioni più importanti. Quella infatti era la sede dove si riunivano i Priori delle Arti, spesso asserragliati, anche per giorni interi, per deliberare sulle scelte vitali per il paese. Il voto consisteva nel porre delle castagne in dei sacchetti che rappresentavano le varie possibilità arrivando a decisioni prese dunque per maggioranza. Da qui ancora oggi l’uso attuale di definire tali competizioni ballottaggi.

Lo stesso sistema si usava per l’elezione del Doge di Venezia che essendo un po’ più ricca sostituì le castagne con delle sfere di oro ed argento chiamate in dialetto “balòte”. 

Pochi lo sanno  ma sia i francesi che gli americani, dopo le rispettive rivoluzioni di fine settecento, quando dovettero dotarsi di un sistema elettorale presero spunto da quello veneziano. Lo stesso sistema dei grandi elettori americano fu mutuato dalla serenissima e per lo stesso motivo nei paesi anglosassoni l’urna elettorale è chiamata ancora oggi “ballot box”. Esattamente come la cassa delle balòte utilizzata a Palazzo Ducale.

E poi la mosceria di oggi

I quattro candidati al ballottaggio

E dopo una lunga e gloriosa storia di scelte si arriva ai ballottaggi mosci di questi giorni. Roma e Torino in particolare. Di Torino non si parla molto ma la sfida è interessante e discretamente equilibrata. Roma invece è quasi comica. La velocità con cui candidati, che fino al giorno prima sputavano veleno sui loro avversari, hanno cambiato opinione sugli stessi è degna di primati olimpici.

Si scorgono anche tratti di apprezzamento per la Raggi finora vituperata e vilipesa, purtroppo per lei anche dagli elettori. Michetti la incontra per conoscerne l’agenda, Gualtieri ne sottolinea i lati positivi. Calenda che per mesi ha azzannato alla giugulare il Pd insultando Bettini, Astorre e compagnia cantante si sbriga a dire che li voterà, loro rispondono che sono sempre stati amichetti.

Ma tutto intendiamoci bene solo ed esclusivamente nella logica del pallottoliere. Nessuno di loro ha fatto minimo accenno ad un tema un a pagina del programma una preferenza per cui orientare questa scelta.

I morbidoni de Roma

Gualtieri e Michetti

Ed i candidati romani, due morbidoni niente male, si guardano bene da citare temi che potrebbero infastidire alcuno. Sembrano usciti dal programma gommapiuma che facevano una volta su Mediaset con le caricature dei politici. Hanno la stessa durezza di un marshmallow .

Non è un caso se i dati dell’affluenza per le elezioni della capitale siano stati imbarazzanti. Sotto il cinquanta per cento dei partecipanti. Eppure  con un numero tale di candidati avrebbe dovuto essere l’opposto. E le preferenze i numeri dicono che siano scese vertiginosamente. Non pensate sia pure colpa della scelta dei candidati, della mancanza di dibattito, di programmi e di scelte vere?

In provincia da noi per fortuna non siamo così melliflui, però di dibattiti per ora manco a parlarne. Quelle belle sfidone moderate con maestria dal direttore Porcu con la gente appiccicata allo schermo a fare il tifo ed a decidere sembrano storia. Almeno per ora. Agli atti in questi giorni registriamo solo candidati che sfidano ed altri che non rispondono. Sempre in ossequio alla tecnica dello struzzo. Ma almeno sul nostro territorio le percentuali di voto sono state molto alte e gli scontri divertenti e sorprendenti. Ed è certo che potrebbero riservare altre sorprese.

Il cambiamento sicuro

Un solo dato è inconfutabile che nessuna delle due città al voto avrà né lo stesso sindaco né la stessa coalizione al governo. E lo si sa già oggi prima dei ballottaggi. Segno inequivocabile che la gente la potestà di scelta la esercita e come.

Diceva un vecchio detto. Non si conosce il sindaco vecchio finché non viene il sindaco nuovo. E non aveva torto perché il giudizio delle persone si forma sempre col tempo. Ti lascia sul trono o ti pone in soffitta. Il volere del popolo è sempre sovrano.

Per questo speriamo che questa ultima settimana soprattutto nella Capitale e nei grandi centri migliori si accenda finalmente un dibattito serio prima di pentirsi definitivamente delle proprie scelte. Io sono convinto che da noi in Ciociaria, per fortuna, tutti i candidati siano persone serie preparate al ruolo, ma se guardo altre città in primis la città eterna spero che arriveranno dei sindaci adatti al loro ruolo guida.

Non come quello che affrontava totò nel film “Totò a colori” in cui il dibattito suonava all’incirca così:

Lei è scemo!

Come si permette? Io sono il sindaco!

E allora è un sindaco scemo!”.

Perché l’ingiustizia rotativa mirabilmente descritta da Prezzolini, anche dopo un secolo suonato, è sempre in agguato.

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