I guai di Gasparri e gli sbagli di Durigon. Chi cadrà prima?

(Foto: Imagoeconomica / Carlo Lannutti)

I problemi di Forza Italia. E quelli della Lega. Le elezioni comunali di Roma rischiano di essere uno spietato gioco della torre. Per Claudio Durigon e per Maurizio Gasparri

Ricordate il gioco della torre? Tra Maurizio Gasparri e Claudio Durigon chi finirà di sotto? Le prossime elezioni comunali a Roma rischiano di essere un confronto all’ultimo sangue per Forza Italia e Lega. Nell’ultimo anno c’è stata una vera trasfusione di sangue elettorale dalle vene berlusconiane a quelle salviniane. Conterà di più il simbolo o conteranno di più gli uomini?

Capitolo Forza Italia

Il segretario del Pd Bruno Astorre in un’intervista sul Corriere della Sera ha dipinto meglio di tutti la situazione: un Partito con troppi generali e niente esercito.

Claudio Fazzone

Traduciamo in chiave azzurra. I generali sono i parlamentari senza preferenze né radicalmente sul territorio (non c’è bisogno di nomi: basta andare a leggere sul sito della Camera quelli di deputati e senatori calati dall’alto nei collegi uninominali e nelle liste proporzionali di Roma e provincia…).

L’esercito sono i (pochi) dirigenti rimasti con qualche voto che hanno preferito traslocare altrove, soprattutto nella Lega. L’unico generale con un esercito vero rimasto è Claudio Fazzone, sebbene in Senato lo diano in dialogo con Conte lui già ieri ha smentito subito. Ma alla Pisana il nuovo entrato Fabio Capolei (subentrato al dimissionario Stefano Parisi) qualche giretto dalle parti della giunta, almeno per sentirne il profumo, se l’è già fatto e Pino Simeone è in procinto di conservare la commissione Sanità (una delle due che resterà all’opposizione, insieme alla Cultura che è nelle mani del leghista Pasquale Ciacciarelli).

C’è poco da storcere il naso. È il risultato di un’elezione vinta nel 2018 da Nicola Zingaretti, unico in Italia mentre il Pd targato Renzi finiva il macerie; vinta senza avere una maggioranza. Ha generato un governo basato sulle Commissioni, sul dialogo con le altre forze.

Il Partito di Gasparri

Con Antonio Tajani ormai totalmente defilato (per sua scelta), il Partito romano è nella mani di Maurizio Gasparri da quando l’ex coordinatore romano e capogruppo in Campidoglio Davide Bordoni è passato alla Lega, privando così FI del gruppo consiliare capitolino per la prima volta dopo oltre vent’anni.

Maurizio Gasparri (Foto: Carlo Lannutti / Imagoconomica)

Nominato commissario del Partito a Roma, Maurizio Gasparri non è riuscito a fermare l’emorragia e ha dovuto assistere ad altri avvii eccellenti. Tra gli addii più dolorosi c’è quello del Consigliere regionale Giuseppe Cangemi ed il gruppo di Gianni Sammarco. Sempre in direzione Carroccio.

Così Gasparri deve fare di necessità virtù: con dei parlamentari senza un voto deve arrangiarsi come può. Di qui l’idea di richiamare in servizio un vecchio reduce come Pierluigi Borghini (sì… quel Borghini candidato sindaco contro il secondo Francesco Rutelli e travolto al primo turno nel 1997, un’era geologica fa…). E poi quella di arruolare un esponente della società civile come il professore Francesco Romeo, cardiologo di fama internazionale con l’hobby della politica. Una passione non proprio corrisposta.

Infatti, nel 2016 Romeo tentò l’elezione in Assemblea Capitolina presentandosi alle amministrative a sostegno del candidato sindaco del Pd Roberto Giachetti, contro quella Forza Italia che oggi lo arruola. Romeo si candidò in una non proprio fortunata lista civica alla cui testa figurava una delle figlie di Aldo Moro, Maria Fida. Oggi lei simpatizza per Giorgia Meloni, lui passa nelle fila del Cav. Volenterosi alla rovescia. Quella lista non ottenne neanche un seggio e Romeo racimolò un migliaio di voti. Magari in Forza Italia darà un contributo migliore.

Davide Bordoni al centro tra Fabio e Stefano De Lillo (Foto Imagoeconomica / Stefano Carofei)

Certo Gasparri lo spera, perché in giro non è che ci sia di meglio. Se le bocce si fermassero ad oggi e si andasse a votare domani, Forza Italia a Roma rischia di non prendere neppure un seggio. Al punto che qualcuno propone di candidare al Consiglio comunale tutti i parlamentari romani (Ruggieri, Calabria, SpenaBarelli, pure il Giro dalla doppia tessere azzurro-verde e via discorrendo). Così tireranno la lista.

Maurizio Gasparri ci sta pensando. È di vecchia scuola, sa benissimo che un’eventuale insuccesso verrebbe addebitato solo a lui, coinvolgendo tutti metterebbe tutto il Partito davanti alle proprie responsabilità.

Capitolo Lega

Claudio Durigon ha un obiettivo in cima alla lista: evitare di passare dal fascioleghismo allo sfascio leghista. Un rischio concreto. Perché un partito che a livello nazionale passa dal 34% delle Europee al più o meno 23% di oggi, alle prossime elezioni amministrative romane rischia di essere doppiato da Fratelli d’Italia.

Il timore in casa Carroccio è palpabile. “Manchiamo di vera classe dirigente. Voglio bene e stimo Claudio, ma così sta cercando di realizzare un miracolo”, taglia corto un autorevole dirigente salviniano. Perché? Mancano i portatori di preferenze, mancano le figure radicate sul territorio, mancano gli uomini riconoscibili.

Claudio Durigon Foto: Alessia Mastropietro (Imagoeconomica)

Non è colpa di Claudio Durigon ma è la conseguenza fisiologica di un Partito che ha iniziato solo ora a scavare nel terreno di Roma. Al Nord la Lega si è radicata e strutturata lentamente dalla fine degli anni Ottanta fino a realizzare l’exploit con il Patto del Buon Governo all’inizio degli anni Novanta. Tutto quel tempo Claudio Durigon a Roma non lo ha avuto. Non si deve dimenticare che fino a poco tempo fa il ponte levatoio per chi fuggiva da Forza Italia in direzione Carroccio era alzato. E Giorgia Meloni, sentitamente, ringrazia.

I pessimisti profetizzano l’elezione di 4 Consiglieri, ma è scaramanzia. In caso di sconfitta naturalmente. Perché se il centrodestra dovesse vincere a Roma il premo di maggioranza salverebbe tanti candidati della Lega, ma renderebbe ancora più evidente la sconfitta subita nei confronti di FdI. Numeri, in caso di sconfitta: FdI 7-8 consiglieri, Lega 3-4. In caso di vittoria basta raddoppiare, più o meno. I sondaggi dicono che FdI nella Capitale oscilli tra il 20 e il 23% e la Lega fatichi a superare il 10%.

Todos caballeros per Durigon

Tutta colpa di Durigon? No. Però… Il Carroccio è passato dal “porte chiuse agli alfaniani, non vogliamo marmellate”, a un evidente “avanti c’è posto”. Tutti dentro: gente di destra, gente di Alfano, gente di Berlusconi, ex assessori, ex consiglieri, rottamati, rottamandi e via discorrendo. L’ultimo in ordine cronologico è Dario Rossin, ex Pdl, ex La Destra. Insomma, la Lega è diventata quello che Salvini un tempo non voleva diventasse: un’arca di Noè. le elezioni diranno se ha imbarcato specie in via di estinzione. (Leggi qui Salvini ha scoperto la marmellata (e gli piace tanto) ).

Claudio Durigon, Francesco Zicchieri, Matteo Salvini

C’è poi l’aspetto organizzativo. Nel direttivo romano Durigon ha messo dentro tutti per non scontentare nessuno e soprattutto far sì che nessuno contasse più degli altri. Stessa cosa per i dipartimenti regionali. Organismo che ha il difetto di tutte le strutture pletoriche ed e autoreferenziali: rischiano di non portare alcun voto, come riferiscono dietro garanzia dell’anonimato alcuni dei presenti in quei dipartimenti regionali appena creati.

I grandi assenti

In questi anni non c’è stato alcun coinvolgimento della società civile. Di fatto Roma e il Lazio sono nella mani di Durigon, che su Roma ha delegato l’avvocato Alfredo Becchetti. Per i motivi di cui sopra rischia di trasformarsi in un esecutore testamentario. Perché se la lista del Carroccio al Campidoglio candiderà tutti i pezzi da novanta, il problema non sarà nel voto di preferenza, ma in quello di opinione. Becchetti non ha alternative: dovrà pregare in padano per convincere Salvini a metterci la faccia ed a fare campagna elettorale su Roma.

Renata Polverini e Silvio Berlusconi durante le Regionali 2010 (foto Mistrulli / Imagoeconomica)

È esattamente quello che ebbe il coraggio di fare Silvio Berlusconi alle Regionali di qualche anno fa: si caricò letteralmente sulle spalle politiche Renata Polverini e cominciò a battere piazza dopo piazza tutta Roma. Matteo Salvini sa che è fondamentale. Aveva cominciato, poi Covid e crisi di governo hanno lo fermato. Il Capitano tornerà a metterci la faccia?

Nel frattempo il partito romano e quello laziale rischiano di implodere. Il gruppo alla Pisana sembra l’ex Jugoslavia durante la guerra balcanica; i signorotti delle preferenze hanno invece ridotto il Partito romano a una sorta di Vietnam. Con Durigon alle prese con un complicato equilibrismo tra antipatie, ripicche, simpatie. Il divide et impera finora ha tenuto tutto insieme: ma al momento di giocare per l’elezione funzionerà ancora?

Durigon e la Comunicazione

L’odierno frazionamento del coordinamento della provincia di Roma lascia intuire che l’ex sottosegretario al Lavoro voglia continuare a costruire feudi da affidare ai don Rodrigo locali, basta leggere i nomi dei vassalli e vedere a chi sono legati…

E la comunicazione? L’ultima pietra miliare sulla tragedia di Lanuvio. Comunicato leghista contro Zingaretti e D’Amato per denunciare il dramma in una Rsa che però non era una Rsa. Parte Durigon tutti gli altri gli vanno dietro come un gregge. Peccato che il cane da pastore abbia sbagliato strada.

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