Mentalità vincente cercasi (di E. Ferazzoli)

Non è tanto il risultato a deludere. Ma l'arrendevolezza della squadra scesa in campo. Negarlo è nascondere l'evidenza. Perché questi tifosi applaudono anche il Frosinone che retrocede: ma solo se ha la maglietta zuppa di sudore e fango

Elisa Ferazzoli

Giornalista in fase di definizione

“È normale che quando perdi con questo passivo la prima cosa a cui pensi è l’atteggiamento. Credo comunque che la squadra abbia approcciato bene al match”. (M. Longo, allenatore del Frosinone Calcio, a fine gara Napoli-Frosinone)

 Siamo all’assurdo o forse si tenta di negare l’evidenza con la speranza che ciò possa confondere o far nascere dei dubbi nelle menti del tifoso.

Peccato però che di fronte ad un tale “spettacolo” di mestizia e arrendevolezza, il ricorso alla retorica appaia più che altro come cieca supponenza o peggio ancora come seria incapacità di rendersi conto del problema di fondo.

Non sono i risultatati ad indispettire un tifoso perfettamente consapevole delle possibilità tecniche della propria squadra ma vederli scendere in campo da perdenti, questo sì che indigna e umilia più  di ogni altra cosa.

Contro Atalanta, Sampdoria, Roma, Inter e Napoli il bilancio è di 20 reti a zero. Questi risultati, seppur in momenti diversi della stagione, stanno ad indicare che esiste una differenza qualitativa con le formazioni incontrate. Ma non essere riusciti a collezionare un solo tiro in porta degno di nota in queste 5 gare è il sintomo più grave ed evidente che quello che manca di più a questa squadra è quella banalissima e imprescindibile forza chiamata mentalità vincente.

Un aspetto che non dipende dalle reali probabilità di vittoria ma dall’indirizzo dato dalla guida tecnica e dalla percezione che ogni giocatore ha di se stesso e della propria squadra.

Devi sapere che puoi vincere. Devi pensare che puoi vincere. E devi sentire che puoi vincere.

Anche quando i numeri dicono tutto il contrario. E già che in gare come queste si ha poco o nulla da perdere, la chiave per poter mandare in tilt i pronostici passa esclusivamente dalla volontà di tutti di crederci, di creare gioco, di dare il triplo in termini di agonismo e concentrazione. Limitarsi a ripartire dalla propria area con Sportiello che serve, palla a terra, il compagno più vicino; fare non più di tre passaggi in orizzontale per poi consegnare palla agli avversari commettendo errori grossolani non è ammissibile oltre che essere uno spettacolo penoso.

Scegliere ad un certo punto di giocare senza una prima punta mettendo fuori Pinamonti (fino a quel momento migliore in campo) e contemporaneamente far subentrare Ghiglione per vederlo poi crossare verso il nulla dell’area avversaria resta, a distanza di ore, una scelta incomprensibile.

Inoltre, il botta e risposta tra Sportiello, nel post gara contro il Cagliari “se non fai il 2-0 e non chiudi le partite in serie A la paghi” e mister Longo in conferenza stampa “Sportiello deve capire che non è a Firenze ma a Frosinone. Magari con la Fiorentina aveva una squadra con la quale poter pretendere un palleggio differente. Qui deve forse calarsi meglio in questa realtà e capire che i buoni 60 minuti di Milano piuttosto che altre buone prestazioni per noi devono essere motivo di orgoglio” determina inevitabilmente una duplice riflessione.

Quanto le scelte tattiche del mister ridimensionano e limitano le aspettative, le potenzialità e l’atteggiamento della squadra? Perché un professionista come Sportiello ritiene più opportuno fare determinate dichiarazioni davanti ad un microfono e non nello spogliatoio?

E nonostante il Frosinone sia diventata la squadra contro la quale far riposare i titolari, quella frase pronunciata dal presidente Stirpe al luglio: “Faremo di tutto per restare in serie A” continua a risuonare nella testa. È davvero tutto qui?

Una serie di interrogativi infiniti che lasciano spazio solo a supposizioni e che si sommano al profondo senso di umiliazione provato al San Paolo. In quei 93’ per il Napoli più simili ad un allenamento del giovedì che a una gara di campionato.

Minuti lunghissimi.

Come quando non vedi via d’uscita. Come quando non vedi l’ora che finisca per poter capire, per riprendere fiato e ripartire da zero.


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