Lo strappo di Orban che imbarazza Antonio Pompeo

Foto: © Stefano Strani

Quanto avvenuto in Ungheria, la restaurazione di una dittatura, ci riguarda da vicino. Perché tra gli interlocutori di Orban ci sono Salvini e Meloni. In provincia Maura ne difende le scelte. Rendendosi incompatibile con la carica di presidente del consiglio provinciale

La dittatura è tornata in Europa e l’Unione tace. La restaurazione di un regime autoritario in Ungheria infligge un altro colpo mortale ad una Ue che ha già messo in discussione la sua stessa esistenza dicendo no alle misure con cui sostenere gli Stati del sud martoriati dal nuovo coronavirus.

Che la mossa decisa ieri da Budapest sia la restaurazione di un regime fascista è un’evidenza sulla quale c’è poco da discutere. Nulla attenua il fatto che ad autorizzarla sia stato un parlamento democraticamente eletto: così fu per il Partito Nazionale Fascista in Italia dopo la Marcia su Roma, per il nazionalsocialismo di Hitler in Germania, per tutti gli altri autoritarismi che non abbiano voluto essere battezzati dal sangue di un golpe.

Giorgia Meloni con Viktor Orban

La storia insegna che tutte le Marce su Roma finiscono a Piazzale Loreto. Così come tutte le notti dei Lunghi Coltelli hanno il loro epilogo con un poco eroico suicidio nel Reichstag. Nel mezzo, tra l’inizio e la fine, c’è il dramma e la sofferenza per i popoli che – come annotava Bertolt Brecht – sono quelli che pagano il conto una volta finiti gli effetti della propaganda e dei ‘li fermeremo sul bagnasciuga!’.

Budapest non è affatto lontana da Roma. Quando il Partito Popolare Europeo ha fiutato da subito la puzza di fascismo intorno a Viktor Orban ed ha avviato la procedura per cacciarlo, lo hanno tenuto dentro Antonio Tajani ed il leader del Partido Popular spagnolo Pablo Casado Blanco. Che un giorno dovranno spiegare alla Storia come hanno potuto difendere una presenza così imbarazzante all’interno di un contenitore nel quale c’è stata gente com De Gasperi, Adenauer e Kohl.

Budapest è vicina

Non è lontana perché Orban è quello che da tempo vagheggia la disarticolazione dell’Unione Europea per creare un nuovo assetto politico del continente. Teorizza la nascita di un’internazionale nazionalista alla quale sono idealmente molto vicini sia Matteo Salvini che Giorgia Meloni.

Il congresso di Fiuggi con la nascita di Alleanza Nazionale

Su un punto bisogna essere chiari: una cosa è il fascismo e cosa diversa è la moderna destra di governo. Ben poco c’è da spartire tra il primo e la seconda nata a Fiuggi con una coraggiosa e lungimirante operazione politica pensata da Pinuccio Tatarella e compiuta da Gianfranco Fini in un celebre congresso che tolse dal ghetto la destra nazionale italiana, sdoganandola e rendendola soggetto democratico. Dando al Paese figure delle quali si può non condividere il pensiero ma non si può negare lo spessore culturale e politico. Roba ben diversa da Salvini e Meloni.

Il tifo di Maura

In provincia di Frosinone c’è chi fa il tifo per Orban. È il presidente del Consiglio provinciale Daniele Maura che apre un nuovo motivo di imbarazzo per il presidente della Provincia Antonio Pompeo, esponente del Partito Democratico che lo ha voluto in quel ruolo e ne ha sempre difeso la funzione.

Daniele Maura viene dalla destra sociale ed oggi su Facebook ha salutato l’operazione ungherese scrivendo sulla sua pagina

“Sinceramente non comprendo il meravigliarsi davanti alla richiesta di Orban di avere pieni poteri… Ma perché, fino ad ora in Italia non si sta andando avanti per decreti? E da chi sono stati firmati i pieni poteri: da mio nonno?

Non può continuare a ricoprire il ruolo di Presidente del Consiglio Provinciale chi dimostra di non conoscere la differenza tra una dittatura nella quale le libertà fondamentali sono soppresse ed una democrazia che affronta l’emergenza con gli strumenti previsti in Costituzione, scritta dai Padri Costituenti sulle macerie in cui li lasciò il fascismo; malamente emendata dai loro pronipoti che ci hanno portato ad un federalismo del quale francamente non si vedono i benefici bensì i limiti.

Una sequenza del film tratto dal libro di Enrico Deaglio

Noi nulla abbiamo a che spartire con il fascismo ungherese e le sue Croci Frecciate. Anzi no, una cosa la abbiamo: Giorgio Perlasca e le migliaia di ebrei che salvò con il suo coraggio. Rileggere le pagine di Enrico Deaglio sulla caduta di Budapest e quelle del successivo giogo comunista al quale fu sottoposta per i decenni successivi, possono essere utili. Ci ricorderebbero quanto ebbe a sostenere il partigiano Sandro Pertini: “La più scalcinata delle democrazie è sempre meglio della migliore dittatura”.

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