Regionali: vertice al Nazareno, Letta indica la via

Il vertice al Nazareno. Il Pd 'ritira' i candidati. Apre ad un nome di convergenza: 'terzo e civico'. La palla ora passa a Conte ed al Terzo Polo. Il giorno decisivo potrebbe essere l'11 novembre. Pronto anche il piano B: cosa farà il Pd se non si farà il Campo Largo

Carlo Alberto Guderian

già corrispondente a Mosca e Berlino Est

Azzerati. Nonostante il loro prestigio e le loro storie personali. Via tutti i Dem che erano pronti alla sfida per la successione a Nicola Zingaretti. Devono lasciare la prima linea. Compresi il vice presidente Daniele Leodori e l’assessore alla Sanità Alessio D’Amato; l’ex presidente della Provincia di Roma Enrico Gasbarra e l’ex ministro Marianna Madia.

Via tutti. Spazio ad un altro nome: “terzo e civico“. Dovrà essere definito insieme: dal Partito Democratico e gli alleati, a partire dal Movimento 5 Stelle. L’obiettivo è quello di arrivare a schiarare alle prossime elezioni Regionali il Modello Lazio: il campo ultralargo generato nel Lazio da Nicola Zingaretti mettendo intorno allo stesso progetto tutte le forze progressiste. Dal Pd al M5S, da Azione ad Italia Viva, dalla sinistra alle forze ambientaliste.

Finora se ne era solo parlato, spesso off the record. Ma stavolta la strategia per rigenerare il Modello Lazio è stata messa a terra. Lo hanno fatto il Segretario Pd Enrico Letta ed il Responsabile nazionale Enti Locali Francesco Boccia; il Governatore uscente ed ex Segretario nazionale Nicola Zingaretti ed il Segretario Regionale Bruno Astorre.

Il vertice al Nazareno

Enrico Letta (Foto: Carlo Lannutti © Imagoeconomica)

I quattro si sono riuniti stamattina al Nazareno. Hanno tracciato la road map che porterà il Partito Democratico alle elezioni Regionali.

Primo step: “sparecchiare” il tavolo di chi era pronto per la corsa interna. Una decisione che nei fatti mette out il vicepresidente del Lazio Daniele Leodori e l’assessore regionale alla Sanità Alessio D’Amato sono di fatto out.

Una decisione che contiene tre messaggi. Uno a Giuseppe Conte sulla reale volontà del Pd di costruire un’alleanza con i 5 Stelle rapportandosi alla pari, senza imporre nomi ma senza nemmeno farseli imporre. Il secondo messaggio è per il leader di Azione, Carlo Calenda; questa mattina in un tweet ha posto ai Dem l’aut aut: se vogliono l’alleanza il nome del candidato è Alessio D’Amato, senza se e senza ma.

Il terzo messaggio è allo stesso D’Amato. Il 10 novembre terrà un evento al teatro Brancaccio: gli osservatori sostengono che quel giorno era pronto ad annunciare la sua discesa in campo e che in prima fila ci sarebbe stato proprio il leader di Azione Carlo Calenda.

Alessio D’Amato è fuori. Come tutti gli altri. Bruciato da una verifica voluta dal Segretario Enrico Letta. Che prima di annunciare la decisione finale ha chiesto un giro di telefonate a verifica sulle concrete possibilità di D’Amato: la risposta è stata chiara. Non ha possibilità di essere eletto: perché lo ha bruciato Calenda con il suo aut aut delle ore scorse. E perché non esiste un fronte compatto disposto ad aggregarsi sul suo nome. Infatti è stata registrata l’indisponibilità a convergere su di lui da Verdi, Demos e Sinistra. Nessun veto dei Socialisti: “Nè sul nome di D’Amato né sugli altri ipotizzati in giorni” assicura il Segretario regionale Gianfranco Schietroma.

Palla a Conte

Giuseppe Conte

A questo punto la palla passa al Movimento 5 Stelle. Soprattutto al suo presidente, Giuseppe Conte.

A tenere i contatti con lui è Francesco Boccia. Al quale questa mattina è arrivato un aggiornamento: l’ex premier sta riflettendo sul da farsi. Ma la disponibilità manifestata oggi dal Partito Democratico non va scambiata per arrendevolezza: senza la manifestazione chiara di una volontà politica da parte di Conte di costruire questa alleanza non potrà esserci spazio per i passaggi successivi.

In altre parole: non ci saranno confronti né sul programma né sui candidati se il M5S non dirà cosa vuole fare. Il momento delle scelta è questo. I sondaggi fatti in questi giorni hanno detto che i numeri per giocarsi la vittoria nel Lazio ci sono. Ma solo se si va insieme e si convincono l’elettori che è unità di sostanza a non numerica.

Se l’avvocato Giuseppe Conte compirà il primo passo, i Dem hanno tutte le intenzioni di arrivare ad un accordo sui contenuti e sul nome del candidato presidente. In tempi strettissimi.

E il tema del termovalorizzatore di Roma? Ormai è chiaro che non è un tema della Regione Lazio. Perché il sindaco Roberto Gualtieri ha ottenuto dal Governo Draghi i poteri commissariali: deciderà tutto da solo. Paradossalmente: il governatore del Lazio potrebbe farlo anche Giuseppe Conte in persona: ma contro il termovalorizzatore potrebbe fare nulla di più dello sciopero della fame.

Il tempo stringe

Nicola Zingaretti si dimetterà da governatore la prossima settimana. Era pronto a farlo già oggi: ma si sono dilatati i tempi per la definizione delle ultime incombenze in regione. La data più probabile ora è il 10 o l’11 novembre. Entro quella data il Pd vuole sapere cosa intenderà fare il Movimento 5 Stelle.

Lo stato maggiore pentastellato è in conclave. Con Giuseppe Conte stanno riflettendo Michele Gubitosa e Francesco Silvestri. (Leggi qui: Regionali, Conte tiene in piedi l’ultimo ponte che porta al Campo largo).

Come si metterà con il Terzo Polo? I Dem sono ottimisti. Per una ragione semplice: i livelli locali di Azione e di Italia Viva hanno detto già da tempo che per quanto li riguarda il Modello Lazio ha funzionato e sono pronti a sostenerlo. A costo di schierarsi con delle liste civiche. Ma proprio l’apertura ad un nome di convergenza potrebbe favorire l’intesa con Azione e Italia Viva. Il che sarebbe la più concreta eredità del modello costruito in questi anni da Daniele Leodori e Mauro Buschini per Nicola Zingaretti.

In molti guardano alla data dell’11 novembre. Perché alle 18 all’Auditorium Parco della Musica il grande tessitore della sinistra Pd Goffredo Bettini presenterà il suo ultimo libro. In sala ci sarà Giuseppe Conte. Quel giorno il centrosinistra saprà se dovrà mettere un punto al campo largo e andare a capo. O se la storia potrà continuare.

Il piano B

Enrico Gasbarra (Foto: Christian Creutz © European Union / EP)

Come si posizionerà il Partito Democratico se non ci sarà né l’adesione di 5 Stelle né quella del Terzo Polo? Giocherà le sue carte puntando su uno dei tre nomi che erano pronti a scendere in campo: Daniele Leodori, Alessio D’Amato ed Enrico Gasbarra. Escludendo però il primo: Leodori ha detto che senza il campo largo non è disponibile. Mentre Alessio D’Amato dovrebbe fare i conti con l’esito della consultazione fatta oggi per le vie brevi da Letta: non unisce.

Resta un’opzione. Per paradosso, quella che su Roma ha più storia e profilo. Tutto dipende da cosa succede l’undici novembre.

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